Canicattì
è un comune di 33.604 abitanti della provincia di Agrigento.
Il
territorio comunale, al confine fra la provincia di Agrigento, cui appartiene,
e quella di Caltanissetta, si estende per 91,41 kmq in media collina.
Il centro abitato giace, a 465 metri s.l.m., in una conca naturale (l'alta
valle del fiume Naro) circondata da basse colline, assai fertile e tradizionalmente
vocata alle colture frutticole (un tempo il mandorlo, oggi l'uva Italia,
l'uva da mosto, la pesca e l'albicocca). L'area si differenzia notevolmente
dal territorio circostante, ove è diffusissima la cerealicoltura
e, in generale, un'agricoltura estensiva e povera. Tale differenza è
evidente sia nel paesaggio agricolo che nel centro urbano. Più
verde e florido il primo, maggiormente ricco di attività commerciali,
anche all'avanguardia, e di animazione cittadina il secondo, rispetto
ai centri vicini di entrambe le province.
STORIA
Le origini di Canicattì si perdono nel tempo. I resti archeologici
ritrovati nella città e nelle zone adiacenti testimoniano l'estistenza
di un abitato già in epoca pre-romana. Il nome di Canicattì
è di origine araba. Deriva da Handaq-attin, che vuol dire fossato
di argilla, toponimo che troviamo in una carta geografica della Sicilia
sotto i Saraceni. Dopo la conquista della Sicilia da parte dei Normanni,
il signore del luogo, probabilmente l'Emiro Melciabile Mulè,
fu assediato e sconfitto dal barone Salvatore Palmeri (1087), che era
al seguito del Conte Ruggero e questi per ricompensa gli offrì
la spada e il dominio del feudo. Sotto la signoria dei Palmeri, la fortezza
araba venne ampliata e prese l'aspetto di un vero e proprio castello
con una torre. Ai normanni successero i Francesi, cacciati poi dagli
Aragonesi. Nel 1448 il feudo di Canicattì venne ceduto da Antonio
Palmeri, che non aveva figli, al nipote Andrea De Crescenzio. Questi
ottenne dal re Giovanni d'Aragona la "Licentia populandi",
cioè la facoltà di ampliare i confini del feudo, di incrementare
gli abitanti e di amministrare la Giustizia. Sotto il De Crescenzio,
Canicattì era una comunità rurale che contava da mille
a millecinquecento abitanti, insediati nella parte alta della città.
Ad Andrea succedette il figlio Giovanni, che non avendo figli maschi,
lasciò la baronia al genero Francesco Calogero Bonanno, nel 1507.
Con il casato Bonanno la città conobbe un considerevole incremento
demografico; i feudatari, prima baroni, poi duchi e infine principi
della Cattolica, fecero costruire splendidi edifici e fontane. La signoria
dei Bonanno durò fino a tutto il '700, ma verso la fine del secolo
iniziò il suo declino; la società feudale si avviava a
scomparire. L'ultimo dei Bonanno, nel 1819, cedette la signoria di Canicattì
al barone Gabriele Chiaramonte Bordonaro. Dopo le sommosse e rivoluzioni
del 1848 e 1859/61, raggiunta l'unità d'Italia a Canicattì
sorsero banche, mulini e stabilimenti che incrementarono il commercio.
Per la sua prosperità agricola, fondata soprattutto sulla coltura
dei vigneti di uva da tavola, Canicattì è stata annoverata
nel 1987 tra i Cento Comuni della Piccola-Grande Italia. La città
è da secoli il centro più importante lungo la direttrice
di comunicazioni - oggi stradali e ferroviarie - fra Agrigento e Caltanissetta
(e da qui verso Catania e Palermo). Il dialetto di Canicattì,
essendo, la città, a cavallo, tra le province di Agrigento e
Caltanissetta, ha sue peculiarità che non si trovano in altre
parti dell'isola e che influenzano il circondario. Degni di nota sono
gli studi sulla parlata, sulla sintassi e sulla grammatica canicattinese
del salesiano don Fausto Curto D'Andrea
MONUMENTI
Chiesa Madre San Pancrazio, edificata grazie alle offerte dei baroni
Adamo e della popolazione, nel 1760. Conserva una tela del "Monocolo"
Pietro d'Asaro, rappresentante la Sacra Famiglia, S.Anna, S. Gioacchino
e un donatore con un cesto di frutta, la statua marmorea della Madonna
delle Grazie di epoca bizantina, un reliquiario del settecento, un dipinto
ad olio raffigurante la Vergine Addolorata del pittore Olivio Sozzi,
una statuetta marmorea rappresentante l'"Ecce Homo" di buona
fattura e di autore ignoto, un fonte battesimale del seicento e altre
opere di minor valore.
Chiesa di Santo Spirito con annesso chiostro, del seicento. Il convento
fu edificato per volere di donna Antonia Balsamo Bonanno e del frate
Antonio Nocera, sui resti di un vecchio oratorio. La chiesa, a tre navate,
conserva una statua marmorea, degli inizi del seicento, rappresentante
la Madonna col bambino, di scuola gaginesca e un Crocifisso, di ignoto
autore, festeggiato ogni anno il 3 maggio.
Chiesa dei S.S. Filippo e Giacomo del 1662. Annesso alla chiesa fu edificato
il Monastero delle benedettine, oggi abbandonato. La chiesa, tra le
più belle di Canicattì, è oggi in attesa di restauro.
All'interno si conservavano oggetti sacri di grande valore e numerosi
stucchi di scuola serpottiana.
Chiesa di San Diego d'Alcalà, protettore della città,
sede della Confraternita dei Santi Sebastiano e Diego. Nella parrocchia
si organizza la tradizionale processione del Venerdì Santo.
Chiesa di San Francesco, della fine del '500, un tempo dei frati conventuali.
La chiesa, conserva una statua dell'Immacolata, ritenuta miracolosa
dalla popolazione, incoronata nel 1954 dal cardinale di Palermo Ernesto
Ruffini, Regina della città. La chiesa conserva una cripta del
'500, scoperta negli anni cinquanta del secolo scorso e purtroppo non
aperta al pubblico.
Chiesa San Domenico, del 1612, con annesso convento, un tempo dei domenicani.
La chiesa conserva due antiche statue, San Domenico e San Tommaso, ritrovate
durante alcuni lavoro di restauro.
Resti della secentesca fontana del Nettuno situati nel prospetto della
torre campanaria della Chiesa del Purgatorio
Teatro Sociale (nel 1927 ospitò Luigi Pirandello con la sua Compagnia
teatrale), opera dell'architetto Ernesto Basile. Dopo anni di abbandono
il Teatro è alla fase finale del restauro e dovrebbe essere inaugurato
a breve.
Villa Firriato, sempre del Basile, edificata alla fine dell'800
Palazzo Gangitano
Palazzo Adamo
Palazzo Bartoccelli, già Adamo
Villa Giacchetto, già residenza estiva delle monache benedettine
di Naro
Resti romano-bizantini (necropoli, terme e marmi) di contrada Vitosoldano
Resti della Rocca Baronale, nel Largo Castello
Chiesa Madonna della Rocca, edificata nel settecento e ristrutturata
negli anni settanta del novecento. Nella chiesa, riposano le spoglie
mortali del Venerabile Gioacchino La Lomia, che nel 1881 fondò
il convento dei cappuccini, annesso alla chiesa
Cine-Teatro Odeon, inaugurato nel 1952
Purtroppo, per quanto riguarda i beni culturali, le Amministrazioni
Comunali dal dopoguerra a oggi, hanno fatto nulla; anzi, alcune giunte
hanno deturpato e rovinato ancora di più i beni che la città
possiede, modificando in peggio il volto di Canicattì. I cittadini
dovrebbero gridare il loro dissenso ma, a quanto pare, tranne qualche
piccola e flebile voce, tutto tace.