Agrigento
è una città di quasi 60.000 abitanti, capoluogo dell'omonima
provincia. La città nella sua storia millenaria ha avuto ben
quattro nomi: Akragas per i Greci, Agrigentum per i Romani, Kerkent
per gli Arabi e Girgenti per i Normanni. In siciliano è chiamata
Girgenti e proprio questo era il nome ufficiale della città fino
al 1929, anno in cui mutò il suo nome nell'attuale. La città
fu fondata nel 581 a.C. da alcuni abitanti di Gela, originari delle
isole di Rodi e di Creta, col nome di Akragas, dall'omonimo fiume che
bagna il territorio. La dominazione greca durò circa 370 anni,
durante i quali Akragas acquistò grande potenza e splendore,
tanto da essere soprannominata da Pindaro "la più bella
città dei mortali", come testimonia la meravigliosa Valle
dei Templi(sopra c'è il Tempio della Concordia, un tempio della
Valle dei Templi). Inizialmente si instaurò la tirannide di Falaride
(570-554 a.C.) che fu caratterizzata da una politica di espansione verso
l'interno, dalla fortificazione delle mura e dall'abbellimento della
città. Tuttavia Falaride fu meglio conosciuto per la sua crudeltà
e spietatezza e per l'uso del toro di bronzo come strumento di tortura
per le vittime sacrificali. Il condannato veniva posto al suo interno
e del fuoco riscaldava continuamente il toro finché egli non
moriva ustionato. Durante l'agonia la vittima emetteva dei lamenti che,
come dei muggiti, fuoriuscivano dalla bocca del toro. Il suo ideatore,
Perillo, fu il primo a provarne gli effetti. Odiato dal popolo, Falaride
morì lapidato e, poiché egli amava vestirsi di azzurro,
vennero proibite le vesti di quel colore.
Il
massimo sviluppo si raggiunse con Terone (488-471 a.C.). Durante la
sua tirannide la città contava circa 300.000 abitanti e il suo
territorio si espandeva fino alle coste settentrionali della Sicilia.
Divenuta grande potenza militare, Akragas riuscì a sconfiggere
più di una volta Cartagine nella guerra per il controllo del
Canale di Sicilia. Dopo la morte di Terone iniziò un regime democratico
(471-406 a.C.) instaurato dal filosofo Empedocle, il quale rifiutò
il potere offertogli dal popolo stesso. È in questo periodo che
si assiste alla costruzione di numerosi templi e ad una grande prosperità
economica ma, nel 406 a.C, i cartaginesi invasero la città distruggendola
quasi completamente.
Nel
339 a.C., grazie al corinzio Timoleonte la città, soggetta all'influenza
di Siracusa, venne ricostruita e ripopolata. Nel 210 a.C., con la seconda
guerra punica Akragas passò sotto il controllo dell'impero romano
col nome latinizzato di Agrigentum.
La città si dispone sulla sommità (circa m 300-350 sul
livello del mare) di due colline strette e lunghe, disposte in senso
grossolanamente est-ovest, il colle di Girgenti ad ovest e la Rupe Atenea,
ad est, collegate fra loro da uno stretto istmo, e sull'altopiano a
quota inferiore (circa m 120-170 sul livello del mare) a sud delle prime.
Con le sue coste precipiti a sud (la Collina dei Templi) e l'ampia valle
centrale quasi pianeggiante (la Valle dei Templi), essa offre ampio
spazio allo sviluppo urbano regolare. Tutto il ripido vallone a nord
delle due colline più alte e buona parte dei tre piani dell'altopiano
sono attraversati da due fiumi, l'Akragas (odierno S. Biagio) a nord
e ad est, e l'Hypsas (odierno S. Anna) ad ovest, che a poca distanza
dalla città verso mezzogiorno confluiscono per poi andare a sboccare
in mare in un unico corso d'acqua (odierno S. Leone), alla cui foce
si colloca il porto antico d'Agrigento. La superficie complessiva è
di circa 450 ettari, un'estensione veramente enorme, dettata dalla necessità
d'abbracciare tutto il sistema d'alture - colle di Girgenti, Rupe Atenea,
Collina dei Templi - in un unico complesso di facile difesa. Di fatto
l'abitato si sviluppa al centro delle tre colline nella cosiddetta Valle
dei Templi, dove prima la fotografia area e poi gli scavi ne hanno rivelato
con sufficiente chiarezza l'impianto, datato a metà circa del
VI secolo a.C.. La struttura ippodamea è organizzata almeno su
sei plateiai (vie principali) est-ovest, di cui la primaria (la quinta
da nord) ha una larghezza di ben dodici metri, e su di una fitta trama
di strade ortogonali nord-sud, col risultato di un alto numero d'isolati
di larghezza costante, ma di lunghezza variabile, a causa del diverso
distanziarsi reciproco delle plateiai. Si notano tuttavia due griglie
d'isolati con orientamento e strutture lievemente diversi: un blocco
all'estremità nord-ovest della Valle, orientato in maniera più
pronunciata in senso nord-ovest/sud-est e compreso fra le mura e la
seconda plateia (ma prolungantesi a sud anche oltre questa), ed un blocco
centro-meridionale, tra la seconda e la terza plateia, comprendente
la maggior parte dell'abitato. Fra questi due blocchi esistono anche
lievi diversità nella larghezza delle strade nord-sud e degl'isolati,
essendo le strade larghe m 4 o 5,50 e gl'isolati larghi m 33 o 40; le
lunghezze restano sempre variabili, superando talora anche i 300 metri.
Non siamo in grado di valutare il significato dei due diversi sistemi
e di stabilire se siano frutto di sviluppi cronologicamente diversi
(ma l'impianto appare comunque tutto databile al VI secolo a.C.) o di
differenti condizioni del terreno, anche in rapporto agli sbocchi delle
strade nelle porte urbiche. Tuttavia la chiave interpretativa va forse
ricercata nel fatto che il punto di cerniera tra i due orientamenti,
immediatamente ad ovest della chiesa di San Nicola (oggi Museo Nazionale),
va con buona probabilità identificato col sito dell'agorà
e dei complessi pubblici, come dimostra la presenza nell'area dell'ekklesiasterion.
La
struttura urbanistica della città è esplicitamente lodata
da Polibio, il quale ne fornisce (IX 29) questo sintetico quadro descrittivo:
"La città di Akragas (odierna Agrigento) differisce dalla
maggior parte delle città non solo per le cose già dette,
ma anche per la sua fortezza e soprattutto per la sua struttura. Sorge,
infatti, a 18 stadi (circa 3,2 km) dal mare, così che nessuno
viene privato dei vantaggi che questo offre. La cinta muraria è
saldissima sia per natura che per arte, giacché le mura poggiano
su roccia naturalmente o artificialmente alta e scoscesa e dei fiumi
la circondano: a sud infatti corre il fiume dallo stesso nome della
città, mentre ad ovest e sud-ovest il fiume detto Hypsas. La
parte alta della città sovrasta quella bassa verso sud-est e
ha la parte esterna delimitata da un burrone inaccessibile, mentre la
parte interna ha un unico accesso dalla città bassa. Sulla vetta
sono i templi di Atena e di Zeus Atabyrios, come a Rodi: poiché
Akragas è una fondazione rodia, è logico che il dio abbia
lo stesso epiteto che ha a Rodi. La città è abbellita
in maniera superba da templi e da portici. Il tempio di Zeus Olimpio,
pur non essendo compiuto, non è secondo a nessun altro tempio
greco per concezione e per grandezza".
Le
difese della città, magnificate da Polibio, sono note per la
maggior parte del circuito, che abbraccia la Rupe Atenea e il perimetro
della Collina dei Templi (con uno sviluppatissimo "dente"
fra queste due alture). Non sono conosciuti archeologicamente tratti
della cinta sul colle di Girgenti, ma non c'è dubbio che questa
sia la "parte alta", l'acropoli della città, ricordata
dalle fonti, dove si conoscono un tempio dorico d'età classica
e resti di un grande edificio visto dal Serradifalco sule pendici sud-est.
La cortina nella sua fase attuale, con almeno nove porte e priva di
torri se non in prossimità di alcune di queste porte, è
genericamente datata al VI secolo a.C., con ovvi restauri attribuibili
alla lunga storia d'Agrigento greca e romana. Mancano, invece, esplorazioni
moderne volte a stabilire una più precisa cronologia delle cortine
superstiti e ad individuare tratti o percorsi d'eventuali murature più
antiche.
ARCHEOLOGIA
Anche se manca uno studio complessivo si conoscono necropoli a nord
del vallone sottostante la Rupe Atenea, ad est, nella valle tra Rupe
Ateneae Collina dei Templi, e ad est, ai piedi del colle di Girgenti.
Altre necropoli extraurbane (particolarmente ricche) sono presso il
mare (in località Montelusa) e in contrada Mosè, lungo
la strada fra Agrigento e Gela. La fase più arcaica della città
è appena conosciuta, e soprattutto da tombe: i materiali degli
strati profondi dell'abitato sembrano confermare lo stesso orizzonte
archeologico tra primo e secondo quarto del VI secolo a.C. Le grandi
attività edilizie attribuite a Falaride dalle fonti non trovano
immediato riscontro nella nostra documentazione archeologica: l'attribuzione
ad epoca tirannica della primitiva cerchia di mura, anche se probabile
sul piano storico, non è al momento sicuramente confermabile
su base archeologica. Ad epoca arcaica si possono invece datare talune
strutture del santuario delle divinità ctonie, sacelli minori
sotto il cosiddetto tempio di Vulcano, presso l'Olympeion e presso l'ekklesiasterion,
e inoltre frequentazioni della fonte extraurbana di S. Biagio, tutte
strutture che ricordano, nella loro semplicità, molti degli edifici
sacri arcaici della madrepatria Gela. Il primo dei grandi templi canonici
noti è quello cosiddetto di Ercole, normalmente datato agli ultimi
anni del VI secolo a.C., ma forse già a quello della tirannide
teroniana, epoca alla quale è stato anche attribuito il primitivo
progetto del non lontano Olympeion, ma non disponiamo di sufficienti
dati archeologici per suffragare tale ipotesi. La vittoria di Himera,
col suo afflusso di danaro e di manodopera servile, attestato esplicitamente
dalle fonti, consentì al tiranno Terone e poi alla restaurata
democrazia d'affrontare un ambizioso programma di lavori pubblici, incentrati
soprattutto sui templi e sulla colimbetra, una gigantesca peschiera
extraurbana con un perimetro di 7 stadi ed un profondità di 20
cubiti (Diodoro, XI 25, 4; XIII 82, 5), popolata da pesci e uccelli
acquatici ed alimentata da fonti e dalle acque dell'acquedotto di Feace.
Di quest'attività, proseguita per tutto il secolo fino alla conquista
cartaginese del 406 a C., le testimonianze più vivide sono i
grandi templi facenti quasi corona alla città, dal tempio sotto
S. Maria dei Greci sul colle di Girgenti al tempio di S. Biagio e al
tempio L (480-60 a.C.), dal tempio di Giunone Lacinia al tempio dei
Dioscuri (450 a.C.), dal tempio della Concordia e di Vulcano (440-30
a.C.) al tempio d'Esculapio (420-10 a C.), per non parlare dellopus
infinitum dellOlympeion, di certo iniziato nel 480 a.C. e proseguito
fino al 406 a.C. Questa fase di straordinario splendore d'Agrigento,
che, oltre ad ospitare poeti come Pindaro e Simonide, produce piccoli
capolavori di scultura in marmo come l'"efebo d'Agrigento",
è certo segnata dai grandi interventi nell'edilizia pubblica,
sacra o d'uso, ma dovette annoverare anche opere importanti per il consumo
privato, almeno a giudicare dalla ricchezza eccezionale d'alcuni cittadini
della polis e dalle descrizioni dei bottini del 406 a.C.: purtroppo
nulla conosciamo dell'edilizia privata agrigentina d'età classica.
L'età ellenistica più antica, fra Timoleonte e la conquista
romana, è invece conosciuta soprattutto dall'edilizia privata,
rappresentata dalla grande maggioranza degli edifici del quartiere ellenistico-romano
e dalla Tomba di Terone, epoca alla quale (se pure non a età
arcaica o classica, a giudicare dagli esempi di Metaponto e di Paestum)
si può forse attribuire la creazione dell'ekklesiasterion, che
potrebbe mettersi in rapporto con la rifondazione d'Agrigento e le riforme
costituzionali di Timoleonte. Pur in assenza d'edizioni complessive
del monumento, appare suggestivo far risalire a quest'epoca anche il
grande portico ionico quadrangolare scoperto tra Agrigento e Porto Empedocle
, in località Villa Seta, verosimilmente un santuario extraurbano.
La documentazione si fa più ricca e significativa per l'età
romano-repubblicana. In primo luogo abbiamo numerosi rifacimenti ed
abbellimenti, con pitture di primo stile, delle case del primo ellenismo,
segno della prosperità dell'economia agrigentina in relazione
all'intenso sfruttamento schiavistico delle terre, dal quale trarranno
esca sia la prima (139-132 a.C.) che la seconda (104-99 a.C.) grande
rivolta siciliana degli schiavi. Agrigento - non dimentichiamolo - costituisce
di fatto in tale periodo l'unico grande centro di tutta quella porzione
meridionale della Sicilia, da Lilibeo a Eloro, nella quale erano vissute,
in età arcaica e classica, città grandissime e prospere
come Selinunte, Gela e Camarina. È facile immaginare come nell'unico
centro superstite affluissero surplus ingenti, certo non inferiori a
quelli che avevano in passato sostentato le altre tre città,
e che ora andavano ad alimentare, con le loro granaglie, l'economia
della penisola italiana, ormai sempre più specializzata in culture
pregiate. In questo senso la prosperità d'Agrigento è
da confrontare con quella d'alcuni centri dell'interno, da Centuripe
a Iatai, e soprattutto con quella di città costiere, come Panormo
(Palermo), Solunto e Tindari a nord, o Messana (Messina), Tauromenion
(Taormina) e Siracusa, città nelle quali appunto si concentrava
il surplus agricolo e la sua intermediazione. Ma la prosperità
di questi centri urbani, e in particolare d'Agrigento, si può
leggere anche in alcuni edifici pubblici costruiti o ricostruiti tra
la prima metà del II e la metà del I secolo a.C., come
il ginnasio, identificabile col "portico ellenistico" a nord-est
dellOlympeion, o l'"oratorio di Falaride", tempietto di tipo
romano dell'iniziale II secolo a.C. sovrapposto allekklesiasterion.
La fase imperiale, con l'accentuarsi dello spopolamento dell'isola,
fa crescere lo squilibrio tra città e campagna, e le case d'Agrigento
vengono continuamente restaurate, spesso con bellissimi pavimenti musivi,
sino al pieno IV secolo d.C., segno della persistenza del ceto dei possessores
attivi in epoca tardo-repubblicana, anche se quantitativamente e qualitativamente
impoveriti rispetto al passato. Di questi possessores si hanno anche
altre testimonianze, in particolare alcuni sarcofagi marmorei, come
quello di fabbrica attica col mito di Fedra (II secolo d.C.) e quello
di produzione romana detto delle coronarie (III secolo d.C.), o quello
pure urbano con scene della vita di un fanciullo (II secolo d.C.). Non
sono positivamente attestati segni d'attività edilizia, se non
di restauro ad alcuni templi, mentre mancano i caratteristici edifici
pubblici, termali e da spettacolo, propri dell'urbanitas d'età
imperiale. La concentrazione dei latifondi nelle mani di grandi proprietari
senatorii assenteisti celebra i propri fasti nelle colossali ville di
campagna, come quelle di Piazza Armerina (Villa del Casale) o di Eloro,
e nelle città ne troviamo solo pallidi riflessi con i mosaici
delle case, e in alcune tombe monumentali del III secolo, come la cosiddetta
basilicula romana del vallone S. Biagio. La presenza in età medio
e tardo-imperiale di ceti più modesti è comunque attestata
dalla notevole quantità di sepolture, arcosoli e fosse, nota
nella cosiddetta necropoli Gimberroni e nelle catacombe di Villa Aurea,
una presenza questa che in qualche modo si riscontra ancora in età
alto-medievale con le numerose tombe terragne dislocate lungo tutto
il lato meridionale della Collina dei Templi, e con la trasformazione
in basilica del tempio della Concordia, nel cuore di questa vasta area
funeraria.
Collina
di Girgenti
Partendo dalla collina di Girgenti, e in particolare dalla chiesa di
Santa Maria dei Greci, incorporato in alzato, in fondazione e nel taglio
della roccia, si conserva un tempio dorico del 480-60 a.C., periptero
(m 34,70x15,30) di 6x13 colonne, con cella munita di pronao ed opistodomo.
Se è andata perduta, oltre alle absidi, la fronte orientale,
e di quella occidentale sono stati visti negli scavi i soli tagli nella
roccia per le fondazioni, sono visibili tuttavia le fondazioni della
peristasi meridionale e settentrionale (con alcune colonne incorporate
nei muri della chiesa) e della cella, mentre sotto la chiesa è
visibile, per oltre venti metri, il krepidoma del lato settentrionale.
Nell'atrio della chiesa si conservano alcuni elementi dell'alzato, una
parte di capitello e tratti del geison.
Rupe
Atenea
Sulla Rupe Atenea si sono rinvenuti resti di un frantoio ellenistico,
e sulle sue pendici sud-ovest è conservato uno dei numerosi templi
delle divinità ctonie, incorporato nella chiesetta medievale
di San Biagio. Il tempio, di medie dimensioni (m 30,20x13,30) era dorico
in antis. Se ne conservano il basamento, col caratteristico vespaio
costituito da un graticcio di blocchi, ed una parte cospicua delle strutture
isodome dei lati e del fondo della cella, mentre l'abside della chiesa
viene ad occupare la porta del tempio, conservando libera parte delle
ante. Dallo scavo provengono resti del geison e della sima a protomi
leonine (al Museo Nazionale). Sul lato a valle, la terrazza su cui è
sistemato il santuario è delimitata da un muro di témenos,
con un accesso attraverso due strade scavate nella roccia. Lungo il
lato nord del tempio, all'altezza della cella, sono due altari circolari,
di cui quello ad est presenta un anello di blocchi che borda il piano
dei sacrifici tagliato nella roccia e arrossato dal fuoco delle offerte,
mentre quello ovest, realizzato pure a grandi conci, reca al centro
un foro ed una cavità per le offerte infere. Il ritrovamento
all'interno dell'altare di kernoi (vasi rituali) e, nell'area, di statuette
e busti fittili caratteristici del culto di Demetra e Kore, insieme
alla tipica forma circolare degli altari, consentono d'attribuire il
santuario alla coppia di divinità tanto popolari a Gela, e poi
nella sua colonia, da far affermare a Pindaro che Agrigento era un vero
e proprio Persephònas hédos (un "trono di Persefone").
Attraverso un sentiero ed una scaletta intagliata nella roccia (ambedue
moderni) si valica a sud-ovest la linea delle mura e si raggiungono
il cosiddetto "Santuario rupestre" di Demetra e la chiesa
di S. Biagio. Il "santuario" è incentrato su due profonde
cavità naturali, sistemate tuttavia artificialmente, che s'addentrano
nella rupe recando un flusso d'acque all'esterno, e su di un profondo
tunnel a nord delle cavità, evidente sostituto delle originali
condutture, costituite dalle cavità. La fronte delle grotte è
guarnita da un edificio rettangolare diviso in due vani nel senso della
larghezza. L'edificio è realizzato con poderosi muri a blocchi
e fortemente rastremato sulla fronte, ed era coronato da una semplice
cornice e forse da una grotta a teste leonine. Questa struttura veniva
a costituire una sorta di cisterna a due livelli, di cui quello inferiore
riceveva il flusso d'acqua incanalato in tubature di cotto dalla grotta
di destra, e quello superiore presentava due porte d'accesso alle cavità
e tre finestre in facciata (una minore al centro e due maggiori ai lati).
Ai piedi della cisterna si trovano delle vasche intercomunicanti a vari
livelli, mentre tutta l'area è delimitata da mura formanti un
peribolo trapezoidale (aggiunto successivamente), la cui fronte reca
aperture a pilastri per dar luce al peribolo stesso, e all'estremità
nord-est due vasche costruite a blocchi. La struttura della cisterna,
col peribolo aggiunto, risponde perfettamente alla tipologia delle fontane
arcaiche e classiche, ben nota in tutto il mondo greco. Il ritrovamento
di busti fittili e di ceramiche del VI e V secolo a.C. ha fatto lungamente
discutere sulla natura cultuale del complesso, dimenticando che fino
ad epoca ellenistica avanzata non è possibile nel mondo greco
dissociare funzioni sacrali e attività utilitarie in apprestamenti
idraulici del genere, soprattutto se nati in età arcaica e classica.
L'uso della fonte è iniziato infatti già in età
protostorica, come mostrano ceramiche indigene anteriori alla fondazione
d'Agrigento: anche questo ha fatto parlare di sincretismo religioso,
laddove siamo in presenza di una pura e semplice continuità d'uso
(anche ovviamente gl'indigeni frequentatori della fonte avranno attribuito
a loro volta caratteri sacrali al luogo) tra fase pre-greca e fase coloniale.
La cronologia del complesso monumentale è assai controversa,
giacché la datazione pre-greca del Marconi non ha alcun fondamento,
mentre ricerche recenti (de Waele) tendono a buon diritto a collocare
la struttura della fontana e il tunnel all'iniziale V secolo a.C., collegandoli
all'intensa attività idraulica progettata da Feace, con restauri
ed aggiunte che si prolungano nel tempo almeno fino all'età ellenistica.
Ritornati sui propri passi si può visitare, sotto la punta sud-orientale
della Rupe Atenea, la Porta I, che si apriva, alle pendici della Rupe,
su una strada tracciata nel vallone e diretta verso est. La porta, conservata
per sei assise nel battente di destra, si apre al centro di un poderoso
baluardo a tenaglia, uno dei rari esempi di particolari aggiustamenti
difensivi dell'intera cinta, in un punto di relativa debolezza del tracciato.
Una prima torre difendeva il battente di sinistra della porta ed una
seconda l'angolo sud-ovest del bastione. Ritornati sulla SS 118 ci si
può avvicinare alla Porta II, profondamente incassata nella roccia,
e, sulle pareti del taglio roccioso, ad un piccolo santuario rupestre
con incassi per pinakes (alcuni semplicemente stuccati e perciò
in origine soltanto, e non riportati), ai piedi dei quali erano piccole
fosse con oggetti votivi databili da età classica ad età
romana.
COLLINA
DEI TEMPLI
Al limite sud-est della Collina dei Templi, sul margine del suggestivo
rialzo si collocano in successione i famosissimi templi di Giunone Lacinia,
della Concordia, di Ercole, di Zeus Olimpio e di Vulcano; essi sono
il vero e proprio simbolo di Agrigento nel mondo. Oltre ai templi di
Ercole, Giove, Concordia, Giunone, Dioscuri, Vulcano e Demetra sono
da evidenziare il Quartiere di abitazioni Ellenistica Romane, il complesso
monumentale con la "Cavea" della Ekklesiasterion Ellenistica
e il Museo Nazionale di Agrigento che consente di avere una visione
più completa della presenza greca nella città. Recentemente,
(2004) inoltre è stato portato alla luce un tempietto romano.
CENTRO
STORICO
Da visitare anche il Centro Storico, con numerosi palazzi nobiliari
e chiese della città medioevale di Girgenti.
Castello
Il
Castello sorgeva sulla sommità occidentale di Girgenti, costruito
tra i secoli X-XI, fu distrutto nel 1907 per far posto al serbatoio
comunale del Voltano. Esso costituiva la fortezza della città
Medioevale di Girgenti, tutta racchiusa da recinto murario, con aperture
dette Porte.
Porte
1
- Porta del Vescovo
Risalente
al XV Secolo, si affaccia sul ciglio settentrionale delle Mura, venne
chiusa nel 1755 per ampliamento del Vescovado.
2
- Porta Bibbirria
Risalente
al secolo XI, era chiamata Plebis Rea, collocata nella Piazza omonima,
accanto alla chiesa di S. Onofrio. La Porta e la Chiesa furono insieme
distrutte nel 1864. Un documento storico del 15 agosto 1266, depositato
presso l'Archivio Storico di Palermo, ne documenta l'esistenza sin dai
" tempi remoti", di indefinibile data.
3
- Porta della Gioiosa
Risalente
al IX secolo, costruita ccanto alla chiesa Madonna degli angeli detta
della Porzincuola delle Indulgenze (gioiosa), è stata demolita
all'inizio del '900 perchè ormai pericolante.
4
- Porta di Ponte
Risalente
al IX secolo, fu la più importante Porta della città,
ed era costituita da un ponte levatoio. La Porta era sormontata da un
arco Gotico con lo stemma di Federico III d'Aragona, Re di Sicilia dal
1296 al 1337). Purtroppo la Porta fu completamente distrutta nel 1868
e ricostruita, senza più l'arco, nello stile Neoclassico su progetto
di Raffaello Politi. Dell'originaria porta, per fortuna, esistono due
disegni, uno del 1823 eseguito da Leo Von Klenze e l'altro del 1829
eseguito da Friedrich Maxmilian Hessemer. La Porta di Ponte era anche
l'ingresso della via Atenea, principale arteria della città medioevale
di Girgenti.
5
- Porta Panitteri
Risalente
al IX secolo, si trovava lungo il fossato meridionale della città.
Fu distrutto a seguito della costruzione della Stazione Ferroviaria
di Girgenti, ricostruita in sede poco distante nel 1930. Di essa rimane
un'edicola del XVII secolo raffigurante la Madonna del Lume.
6
- Porta dei Saccajoli
Risalente
al IX secolo, detta "dei pastai", è tutt'ora esistente,
in parte interrata. Nel XVI secolo all'interno venne collocata una edicola
sacra dedicata alla Madonna del Porto Salvo e successivamente dedicata
a Santa Lucia. La chiesetta soprastante fu in seguito distrutta per
ragioni urbanistiche, e la Porta rimase seminterrata, ma ancora visibile.
7
- Porta di Mazara
Risalente
all' XI secolo, si trova nella parte alta occidentale della città,
accanto alla Cattedrale di San Gerlando ed al Seminario dello Steri.
La Porta, detta anche "del Pertugio per via del rimpicciolamento
del varco, dovuto alla trasformazione dello Steri in Seminario, venne
chiusa nel 1846.
8
- Porta del Borgo
Risalente
al IX secolo, era la Porta che aveva prima preso il nome di Mazara,
segnava il confine della città con il quartiere del Rabato, venne
demolita dal Comune nel 1873.
9
- Porta di Mare
Risalente
al XV° secolo, è tutt'ora esistente ma interrata.
10
- Porta del Marchese
Risalente
al XIV° secolo, era collocata tra le cinque torri meridionali della
città medioevali, poi distrutta.
11
- Porta Balnei (Porta dei Bagni)
Risalente
al XII° secolo, faceva parte di un'antica cinta muraria arabo-normanna
che fu demolita qualche secolo dopo per l'allargamento della cinta muraria.
Il nome Porta Bagni deriva dalla strada che conduceva a sud, attraversando
la Giudecca, il lavacro sacro degli ebrei girgentini fino al 1492.
12
- Porta Cannone
Risalente
al XVI° secolo, si trovava all'estremità occidentale della
città, accanto alla chiesa dell'Addolorata, a confine con il
quartiere Rabato. Fu demolita per ragioni urbanistiche del tempo, nel
1864. Ma di questa antica porta rimane un eccezionale documento storico
in un dipinto del francese Desprez, che erroneamente scambiò
il quartiere Rabato con la Rupe Atenea, dove si scorgono la Torre circolare,
la Porta Cannone e la chiesa dell'addolorata.
Fossato
Di
notevole importanza strategica-difensiva era il Fossato molto profondo
creato parallelamente all'interno delle mura meridionali, in tutta la
sua lunghezza, tale da rendere quasi impossibile l'accesso ai vicoli
della cittadella. Dalla fine del XVII° secolo questo enorme fossato,
con profondità diverse, venne via via riempito per ragioni strutturali
ed urbanistiche, fino al raggiungimento del livello attuale, dove ora
sorge la città di Agrigento.
Nave
di Empedocle
La
Nave di Empedocle era un enorme voragine naturale che divideva l'antica
Girgenti in due colline. Nella collina occidentale era arroccata la
città Medioevale (Fortezza di Kokalo); nella collina orientale,
meno popolata, era il promontorio della Rupe Atenea. Un disegno del
1775, tratto da "Antichità Siciliane spiegate" di G.
Pancrazi, visualizza chiaramente tutta la collina di Girgenti, dove
si scorgono il Castello Medioevale, il burrone e la Rupe atenea.
CULTURA
Nella letteratura, l'agrigentino più famoso è Luigi Pirandello;
tra gli altri agrigentini o per meglio dire akragantini famosi, cioè
vissuti nella dorica Akragas, indubbiamente non resta che citare il
filosofo Empedocle o l'atleta, vincitore di una famosa Olimpiade, Esseneto,
al quale è anche dedicato lo stadio. Della contemporaneità
ricordiamo Leonardo Sciascia (di Racalmuto, a Nord di Agrigento) e Andrea
Camilleri il quale fa di Vigata (Porto Empedocle, paese in provincia
di Agrigento) e Montelusa (Agrigento) il teatro delle gesta del commissario
Montalbano.La città di Agrigento durante l'arco dell'anno ospita
varie manifestazioni molto interessanti tra le quali la sagra del mandorlo
in fiore nel cui ambito si svolgono due importanti festivals internazionali
del folklore il primo ideato dal Prof. Enzo Lauretta ed il secondo denominato
festival internazionale " I bambini del mondo" ideato da Giovanni
Di Maida e Claudio Criscenzo . Ogni anno, nella prima decade di febbraio,
da piu di 60 anni la valle ricoperta da un meraviglioso manto fiorito
di alberi di mandorli è scenario di questa importante manifestazione
che raccoglie la partecipazione di vari gruppi folcloristici provenienti
da varie parti del mondo. Tra i momenti più suggestivi della
manifestazione l'accensione del tripode dell'amicizia innanzi al tempio
della Concordia, e la conclusione ancora una volta con l'esibizione
dei gruppi nella valle e l'attribuzione al gruppo vincitore dell'ambito
tempio d'oro, trofeo raffigurante il tempio di Castore e Polluce.