Parabita
è un comune di 9.552 abitanti della provincia di Lecce.
ORIGINI
E STORIA
La presenza dell'uomo sul territoio di Parabita ha origini remote (80.000
a.C. circa). Nel 1966, infatti, in una grotta denominata poi "delle
Veneri", furono trovati reperti risalenti in parte al Paleolitico
medio, appartenenti all'Homo Sapiens Neanderthalensis (Neanderthal)
e in parte al Paleolitico superiore (35.000-10.000 a.C.), appartenuti
all'Homo Sapiens-Sapiens (Cro-Magnon), due schelestri acefali (Cro-Magnon
35.000 a.C.) e due statuine (12.000-10.000 a.C.) scolpite in osso di
cavallo dell'altezza di 9,6 cm l'na e 6,7 cm l'alra, riproducenti donne
in stato di gravidanza. La "Grotta delle Veneri" è
uno degli insediamenti archeologici più importanti del Salento,
in seguito alla cui scoperta si è potuto avere la certezza dell'uomo
di Neanderthal nel Bacino del Mediterraneo. Il Neanderthal si estinse,
forse vinto dalla maggiore evoluzione del Sapiens-Sapiens (Cro-Magnon),
che, probabilmente, lo costrinse a vivere in nicche sempre più
periferiche per poi distruggerlo. L'antopolizzazione fissa della grotta
da parte del Cro-Magnon si ebbe sino al 3.000 a.C. (età del rame),
quando l'evoluzione dell'individuo portò ad una maggiore socialità,
ad un crescente bisogno di aggregarsi, ed infine al concetto di tribù.
La popolazione della grotta era aumentata, per cui i suoi abitanti si
spostarono poco distanti da essa (300 m circa) a sud-ovest e fondarono
un villaggio in periodo neolitico. Sull'asse nord-sud scavando la roccia,
situarono una fila di grosse buche al centro e delle altre più
piccole ai lati, dentro vi infissero dei pali, su di essi poggiarono
una copertura di canne e costruirono capanne. Ancora oggi, nella zona
archeologica del villaggio, sono visibili i segni di questo sistema
costruttivo arcaico; la grotta restò come luogo di culto. Lo
sviluppo urbanistico e sociale del villaggio si ebbe sino all'anno 1.000
a.C. (età del bronzo), quando in una valle situata ad ovest di
esso, fu fondata Baubota o Bavota, una forte città Messapica
che subì un processo di colonizzazione greca intorno all'800
a.C. (età del ferro). In seguito i Messapici, popolo tendenzialmente
pacifico, dovette ingaggiare guerra contro Taranto e poi, alleati di
essa, contro Roma. Bavota fu vinta e assoggettata (272 a.C. - 400 d.C.)
ma, per la sua importanza, Roma le lasciò una certa autonomia,
tanto da poter avere una zecca propria e coniarsi delle monete. Una
di queste fu trovata verso la metà del XX secolo nelle campagne
fra Paraita e Tuglie, dove sorgeva la città. Bavota subì
l'influsso Bizantino grazie ai Monaci Basiliani, giunti nel Salento
dopo il 726 d.C. anno in cui Leone III l'Isaurico, imperatore d'Oriente,
diede il via all'Iconoclastia (avversione e distruzione delle immagini
sacre). Nel 927 d.C., benché fosse "forte e turrita",
la città non poté sottrarsi alla distruzione dei Turchi.
I superstiti si spostarono più a sud e fondarono il nuovo casale,
Parabita, sulla cui etimologia si sono fatte varie ipotesi. La scelta
del luogo non fu casuale, si realizzarono le prime costruzioni sull'asse
che va dalle attuali Piazza della Vittoria (rione Montella o Munteddhra)
a Piazza Immacolata perché nel posto vi erano delle grotte basiliane,
segno di una precedente antropizzazione del luogo. Gli abitanti erano
talmente legati e nostalgici dela vecchia città che ne riprodussero
la tipologia costruttiva, di cui ci è rimasto un esempio in Via
S. Nicola, datato 1.200, alle spalle della Chiesa dell'Immacolata. La
nuova città aveva una fore cinta muraria su cui si apriva a nord
la "Porta di Lecce"; ad ovest "Porta di Gallipoli"
(luogo oggi familiarmente chiamato "ssutta "a porta"";
a sud una terza porta, di cui si è persa la memoria del nome;
ad est la "Porta Falsa". Quest'ultima si chiamava così
perché veniva centinata con le dimensioni delle altre ma si realizzava
con un'apertura più contenuta per permettere il passaggio dei
contadini verso i campi e non quello di mezzi voluminosi. Ciò
perché nella cinta muraria, per questioni di sicurezza, si realizzava
il minor numero di aperture possibili. Lo Stemma civico di Parabita
presenta due torri con due cipressi, unite da un ponte, l'insieme dominato
da un angelo che ha in mano una spada. Anche questa sembra una reminescenza
della vecchia Bavota, in quanto la stessa effigie si trovava su una
faccia delle sue monete con l'unica differenza di un uccello al posto
dell'angelo. La storia del nuovo casale non si può scindere da
quella dei suoi feudatari. Nel 1231 Parabita era in mano a Bernardo
Gentile, che la perse per mano degli Angioini per i quali realizzarono
il maniero, la cui facies si trasformò nel tempo in seguito alle
ristrutturazioni che gli hanno conferito l'attuale aspetto. Nel 1269
il feudo passa al francese Giovanni Di Tillio, figura bieca ed ambigua
che arriva a vessare i suoi stessi vassalli. Alla sua morte il feudo
passò ai figli e poi a Niccolò Adimari. Nel XII secolo
si realizzo il primo corpo di fabbrica della Chiesa di S. Giovanni Battista,
che consisteva nella parte odierna del Transetto (Cappella dell'Addolorata,
Presbiterio e Sagrestia); la zona perpendicolare delle navate fu aggiunta
a più riprese nei secoli successivi. Sembra che la nuova Chiesa
fu costruita nel luogo dove si trovava una chiesetta poi abbattuta,
dedicata a S. Biagio, in cui si officiava il rito Greco. Nel XIV secolo,
Parabita era dei Sanseverino e probabilmente fu alla fine di questo
secolo che venne realizzata la Chiesa di S. Maria dell'Umiltà.
Alcuni documenti, infatti, attestano che nel 1405 vi officiavano i Padri
Domenicani che erano insediati nell'adiacente Convento. Nel XV secolo,
era feudatario Ottino De Caris, poi Giovanni Antonio Del Balzo Orsini.
Nel 1494 i veneziani espugnarono Gallipoli, si spostarono all'interno
e occuparono anhce altri paesi fra i quali Parabita. Testimonianza del
loro passaggio è il Palazzo dei Veneziani in Borgo S. Marco,
nelle vicinanze della Chiesa matrice. Sulla facciata del palazzo vi
è una edicola votiva dedicata a S. Marco, segno della fede di
chi lo aveva abitato. Da Giovanni Antonio Del Balzo il feudo, dopo varie
successioni, pervenne nel 1507 a Francesco Del Balzo Orsini, Conte di
Ugento, alla corte del quale viveva Antonio Lenio, scrittore parabitano,
autore dell'ORONTE GIGANTE, opera giudicata da Benedetto Croce uno dei
più importanti, se non l'unico, contributo del meridione alla
letteratura epico-cavalleresca. Le fortune degli Orsini finirono nel
1528. Tra il 1515 e il 1528, infatti, si era sviluppata in Europa la
guerra fra Carlo V di Spagna e Francesco I di Francia che ebbe i suoi
focolai anche nel Salento, dove, ad eccezione di Parabita e di Ugento,
la maggior parte delle città si erano schierate con lo spagnolo.
La battaglia decisiva, disputatasi il 13 luglio 1528 a Pergolaci, nelle
campagne fra Alezio e Gallipoli, vide vincitori gli spagnoli, appoggiati
da Pirro Castriota che comandava un piccolo drappello di gallipolini.
In seguito a questa disfatta, i Del Balzo Orsini scapparono da Parabita
e con essi Antonino Lenio. Dal 1531 il feudo fu gestito dal Regio Fisco
che indennizzava i creditori dei Del Balzo Orsini con la rendita del
Castello. Nel 1535 il feudo fu acquistato da Pirro Castriota, uno degli
artefici della vittoria di Pergolaci, senza dubbio il piò illuminato
feudatario di Parabita. Egli diede importanza e procurò fama
al Paese, lo rivoluzionò dal punto di vita economico, sociale
e urbanistico. Organizzò l'attuale Piazza Umberto I come luogo
di scambi commerciali e sociali, intervenne sul tessuto urbano facendo
ristrutturare il Castello da Evangelista Menga, l'architetto copertinese,
che operò anche nei manieri di Copertino e Lecce, che ne rinforzò
le difese e, allo stesso tempo, conferì alla struttura un aspetto
più di residenza che di maniero difensivo; inoltre commissionò
all'architetto e scultore leccese, Gabriele Ricciardi, il portale di
tramontana della Chiesa Matrice e quello di palazzo Castriota. Il XVI
è il secolo in cui visse Fra Dionisio Volpone, paranbitano, monaco
teatino ed insigne architetto che, trasferitosi a Bitonto, fu progettista
e direttore dei lavori del Duomo fino all'anno della sua morte, giunta
nel 1610. Nella Parabita rinascimentale vi fu un fiorire di palazzi:
palazzo Lopez y Royo, palazzo De Ramis, dal bellissimo bassorilievo
al cui centro vi è lo stemma del casato e, ai lati, la deposizione
di Cristo a sinistra e l'Annunciazione a destra.
EDIFICI
RELIGIOSI
Basilica Madonna della Coltura;
Chiesa Matrice dedicata a San Giovanni Battista;
Sant'Anna;
Sant'Antonio;
Sacro Cuore di Gesù;
Chiesa delle Anime del Purgatorio;
Chiesa dell'Immacolata;
Chiesa del Crocifisso o degli Alcantarini;
Cripta di Santa Marina.
MANIFESTAZIONI
Maggio: ultimo sabato domenica e lunedì. Festa Patronale Madonna
della Coltura: vari eventi e manifestazioni correlate, di cui
è particolarmente noto e spettacolare l'incendio
del campanile il lunedì.
24 Giugno: Festa di San Giovanni Battista, protettore dell'omonima Chiesa
Matrice
Agosto: Sagra dellanguria, con degustazioni gratuite
Agosto: Festival "Arte in Parabita"
FESTA
PATRONALE
La festa patronale è dedicata a Maria SS. della Coltura, patrona
della città; assieme ai compatroni San Rocco e San Sebastiano.
La festa inizia il sabato sera con la processione del simulacro per
le vie della città. La processione, parte dalla Basilica di Maria
SS. della Coltura e culmina in piazza Umberto I dove la statua della
Vergine viene lasciata nella Chiesa Matrice. L'indomani, la Domenica,
c'è un'altra processione, che ricorda il ritrovamento del monolito.
Infatti la storia dice che un contadino mentre arava con i buoi trovo
un Monolito raffigurante una Vergine, così corse in paese ad
annunciare la lieta notizia. Fu preso il Monolito e portato nella Chiesa
Matrice. L'indomani quando fu aperta la Chiesa, non fu più trovata
lì, ma fu trovata nella CHiesa fuori la città di fronte
alle campagne. Allora si capì che la Madonna voleva stare vicino
alle campagne e le fu dato il nome Coltura o Agricoltura. La Domenica
si ricorda il fatto e mentre la processione si ferma "ssutta a
porta" (frase in dialetto che indica un luogo della città,
dove un tempo sorgeva la porta) delle perone dette "curraturi"
cioè corridori, partono dal luogo dove è stato trovato
il Monolito e corrono fino al luogo della processione (1 km). Dopo continua
la processione con le statue della Madonna, di San Rocco e di San Sebastiano.
L'indomani mattina come tradione vuole il simulacro viene portato in
Basilica, dove viene celebrata la Santa Messa. La festa è molto
sentita dai parabitani e dai contadini, infatti molti contadini accorrono
alla festa perchè la Madonna della Coltura è loro Patrona.
La festa della Madonna è famosa anche per le luminarie e fino
a qualche tempo fa anche della simulazione dell'incendio del campanile.