Conversano
è un comune di 24.690 abitanti della provincia di Bari, situato
a circa 30 Km a sud di Bari, sui primi rilievi della Murgia. Sorge sul
sito dell'antica città di Norba ed è sede del vescovado
della Diocesi di Conversano-Monopoli.
ORIGINI
Le origini della città risalgono quanto meno all'età del
ferro, quando le popolazioni indigene, iapige o peucezie, fondarono
su una collina più alta del territorio circostante una città
di nome Norba e la dotarono di possenti mura in pietra (il toponimo
infatti significherebbe "città fortificata"). La felice
ubicazione di Norba, probabilmente posta lungo un importante asse viario,
la rese sin dall'inizio un abitato fiorente, al centro dei traffici
tra le colonie magnogreche della costa e le popolazioni indigene dell'interno.
L'ampia necropoli risalente al VI secolo a.C. ha restituito infatti
decine di tombe con ricchi corredi funerari, in parte di matrice ellenica.
STORIA
Nel 268 a.C., con l'occupazione romana dell'Apulia, anche Norba perse
la propria autonomia; ciò nonostante, mantenne un ruolo rilevante
anche sotto la dominazione di Roma, come attestato dai cospicui ritrovamenti
di utensili in terracotta, armature e gioielli. L'abitato non sopravvisse
però alla dissoluzione dell'impero, presumibilmente per opera
dei Visigoti che invasero l'Apulia nell'anno 411. Già a partire
dal V secolo d.C., non molto tempo dopo la presumibile scomparsa di
Norba, e nello stesso luogo, le fonti attestano l'esistenza del toponimo
Casale Cupersanem, che probabilmente fu sede vescovile sin dall'VII
secolo. Ma fu dalla metà del XI secolo, con la dominazione normanna
delle regioni meridionali della penisola italiana, che il luogo assurse
a vero e proprio centro di potere: intorno al 1054 Goffredo d'Altavilla
nipote di Roberto il Guiscardo, prese il titolo di comes Cupersani e
fece della cittadina il fulcro di un'amplissima contea, estesa per buona
parte della Puglia centro-meridionale, tra Bari e Brindisi e fino a
Lecce e Nerito (Nardò). L'importanza della corte conversanese
nel panorama nobiliare di quegli anni è ben attestata dall'aver
ospitato a Conversano per alcuni mesi il duca di Normandia Roberto II
detto il Cortacoscia, figlio del re d'Inghilterra Guglielmo il Conquistatore,
che era di passaggio in Puglia al termine della prima crociata; Roberto
II sposò anzi Sibilla, figlia di Goffredo, e ricevette una dote
ampia abbastanza per riscattare l'ipoteca di 10.000 ducati sul ducato
di Normandia accesa prima della partenza per la Terrasanta. Intanto,
a Conversano, Goffredo confermò i diritti fiscali sull'intero
agro della limitrofa Castellana in favore dei monaci benedettini, presenti
in Conversano probabilmente dall'VIII secolo. Alla morte di Goffredo
(avvenuta nel 1101 secondo Lupo Protospata), la contea andò in
eredità a suo figlio Roberto e poi al secondogenito Alessandro.
Nel 1132, sconfitto da Ruggero II di Sicilia, Alessandro fuggì
in Dalmazia perdendo la contea di Conversano, che 1134 Ruggero II assegnò
a suo cognato Roberto I di Bassavilla. Nel 1138 gli succedette il figlio
Roberto II (dal 1154 anche conte di Loritello) che vi regnò fino
alla morte (1182). Seguì un periodo nel quale il feudo tornò
alla dirette dipendenze del regio demanio, con la parentesi del decennio
1197-1207 in cui fu possedimento di Berardino Gentile. Più tardi
furono conti di Conversano per quasi un secolo i Brienne (1269-1356),
fino alla morte senza eredi del duca d'Atene Gualtieri VI. La contea
passò quindi più volte di mano in mano tra molti importanti
casati, soprattutto per via matrimoniale: gli Enghien (1357-1381 e 1394-1397),
i Lussemburgo (1381-1394 e 1405-1407), i Sanseverino (1397-1405), i
Barbiano (1411-1422), gli Orsini (1423-1433), i Caldora (1434-1440)
e gli Orsini del Balzo (1440-1455). L'ultimo conte Orsini del Balzo
era Giovanni Antonio, figlio di Raimondo principe di Taranto e di Maria
d'Enghien (che poi avrebbe sposato in seconde nozze Ladislao I d'Angiò).
Giovanni Antonio diede in dote l'intera contea di Conversano - che comprendeva
i centri di Castellana, Casamassima, Castiglione (centro abitato poi
scomparso, tra Conversano e Castellana), Noci e Turi - a sua figlia
Caterina, sposa del duca d'Atri Giulio Antonio Acquaviva. Iniziava così
nel 1455 il lungo possesso del feudo di Conversano da parte della casata
degli Acquaviva che, salvo una parentesi di quattro anni, lo avrebbe
detenuto ininterrottamente sino all'abolizione dei diritti feudali del
1806. Giulio Antonio Acquaviva, ritenuto dai contemporanei un valente
condottiero, si distinse soprattutto nella battaglia di Otranto contro
i Turchi (1481). Quello stesso anno morì in battaglia per un'imboscata,
lasciando il feudo in eredità a suo figlio Andrea Matteo. Anche
costui eccelse in numerose battaglie; il suo comportamento eroico gli
valse il riconoscimento, da parte del re di Napoli Ferdinando I, del
privilegio di aggiungere all'arma del suo casato quella reale e di modificare
il cognome in Acquaviva d'Aragona. Le sue fortune a corte però
furono offuscate dall'accusa di aver preso parte alla cosiddetta congiura
dei baroni, tanto che patì la prigione e la temporanea perdita
della contea a beneficio del duca di Termoli, Andrea di Capua (1504-1508).
Tornato a Conversano, ebbe modo di distinguersi come mecenate, bibliofilo
e letterato e fu incluso nell'Accademia di Jacopo Sannazzaro. Morì
nel 1529, mentre Conversano era funestata da un'epidemia di peste. Alla
casata degli Acquaviva d'Aragona apparteneva anche il celebre Guercio
delle Puglie, il conte Giangirolamo II (1600-1665), che amministrò
il feudo dal 1626 al 1665 circondato da enorme potere, molti nemici
e molte leggende. Le cronache lo descrivono come un feudatario dispotico
e senza scrupoli, avvezzo alla violenza gratuita e in grado di sfruttare
ogni circostanza per accrescere il suo potere. Così fu in occasione
dell'effimera repubblica napoletana di Masaniello (1647) che si propagò
anche in Puglia: benché la corona spagnola si fosse rivolta a
Giangirolamo perché riportasse all'ordine le terre pugliesi sollevatesi
contro i signori locali (cosa che avvenne ad esempio in Terra d'Otranto
a San Cesario e Nardò), quando i rivoltosi di Martina ripararono
nel territorio di Conversano, il conte accordò loro protezione
per servirsene più avanti come esecutori delle azioni più
efferate nei confronti dei suoi sudditi meno docili, come accadde a
Locorotondo in occasione del sacco del 1648. Ben presto, i tanti nemici
di cui si era circondato fecero giungere notizia alla corte spagnola
degli abusi di Giangirolamo, che nel 1550 fu pertanto tradotto a Madrid
e imprigionato. Proprio quando si apprestava a tornare nel suo feudo
lasciato nel frattempo nelle mani di sua moglie Isabella Filomarino
della Rocca, morì vittima della malaria. Era il 1665. In realtà
la figura del Guercio resta incompleta senza menzionare il mecenatismo
della sua corte. Si trattava certamente di un preciso programma politico,
volto ad accrescere il prestigio del casato. Tuttavia Giangirolamo e
sua moglie Isabella arricchirono la collezione di famiglia che con loro
giunse a contare oltre cinquecento dipinti e svariate altre opere d'arte,
tra mobili e suppellettili; diedero inoltre ospitalità al pittore
Paolo Finoglio, che nel lungo soggiorno conversanese (1622-1645) fu
autore di diverse opere: dagli affreschi della camera degli sposi, alle
dieci grandi tele del ciclo ispirato alla Gerusalemme Liberata, ambedue
ospitati nel castello, alle fastose decorazioni nelle chiese cittadine
del Carmine e dei Santi Cosma e Damiano che venivano edificate in quegli
anni. Anche la costruzione dei trulli di Alberobello fu un espediente
di Giangirolamo per eludere l'editto vicereale che richiedeva l'assenso
della corte per la fondazione delle città: grazie alla particolare
tecnica costruttiva a secco, ogni volta che si approssimava l'ispezione
regia il Guercio poteva dare ordine di distruggere i tetti delle abitazioni,
che in seguito sarebbero stati ricostruiti agevolmente. Il prestigio
di Conversano e il potere del casato raggiunto da Giangirolamo II non
sarebbe stato eguagliato dai suoi eredi. Nel 1690 la cittadina fu investita
da una epidemia di peste che in due anni falcidiò la popolazione
e indebolì l'economia locale. Con il Settecento le condizioni
della nobiltà meridionale gradualmente mutarono e alla tensione
bellica del passato si sostituirono l'amministrazione dei beni e il
loro godimento. Attorno al 1730 gli Acquaviva edificarono a pochi chilometri
da Conversano il castello di Marchione, un'elegante casino di caccia,
e iniziarono a dedicarsi soprattutto all'allevamento dei loro cavalli.
Successivamente, presero a soggiornare più spesso a Napoli che
nel feudo conversanese, che quindi lentamente andava perdendo il ruolo
di primo piano ricoperto nei secoli precedenti. A lungo, la realtà
conversanese fu caratterizzata dalla non facile coabitazione di tre
poteri: oltre ai potenti conti del luogo, infatti, la cittadina registrava
la presenza del vescovo della locale diocesi, che a lungo detenne un
rilevante potere temporale nei confronti di alcuni dei centri vicini.
Ad essi si aggiungeva la presenza della badessa del monastero di San
Benedetto, detentrice di un'inusitata autorità, religiosa e temporale,
tanto da essere stata definita Monstrum Apuliae. L'abolizione dei diritti
feudali (1806) e il decreto di soppressione del monastero di San Benedetto
(1810) non rappresentarono per la cittadina un momento di apertura degli
spazi di libertà; la restaurazione borbonica anzi determinò
uno stato di oppressione che, come in molte altre città del regno,
sfociò nella costituzione di alcune società segrete. Conversano
vide infatti la formazione di due vendite carbonare attorno alle quali
si raccoglievano anche alcune tra le menti più aperte della vivace
borghesia cittadina, di orientamento liberale. Dal 1849 fu addirittura
il vescovo locale, Giuseppe Maria Mucedola, di radicate idee giobertiane,
a diventare il più acceso sostenitore a Conversano dell'unità
d'Italia, tanto che sollecitò alcuni dei sacerdoti della diocesi
a partecipare ai moti insurrezionali del 1859 contro il governo borbonico.
Durante il suo episcopato (1849-1865) promosse il locale seminario,
che divenne in breve punto di riferimento per alcuni tra i più
brillanti docenti del Mezzogiorno tanto da attrarre studenti da tutta
la Puglia, talvolta più per amore degli studi che per effettiva
vocazione. Per tale ragione, nel 1876 fu aperto un convitto per i laici
che ne avessero voluto frequentare le lezioni. Dopo l'unità d'Italia,
alcune vicende hanno contraddistinto la storia di Conversano: nel 1877
vi si costituì una delle prime società operaie di mutuo
soccorso italiane. Nel 1886 una rivolta della popolazione nei confronti
dei soprusi del mai sopito notabilato locale sfociò nell'incendio
del municipio e del suo prezioso archivio. Nel 1911 le fiamme distrussero
accidentalmente la cattedrale, che ne risultò gravemente danneggiata
nei decori e nelle strutture portanti; la ricostruzione fu completata
nel 1926. Nel 1921, prima quindi della marcia su Roma, il giovane deputato
socialista locale Giuseppe Di Vagno fu assassinato al termine di un
comizio nel vicino comune di Mola di Bari. Nel 1959 Maria Marangelli
fu tra le prime donne-sindaco d'Italia. Il dopoguerra e gli anni della
ricostruzione, sono stati caratterizzati a Conversano delle lotte sociali
e sindacali della locale Camera del Lavoro guidata dal segretario Domenico
Bolognino. Egli riuscì durante la sua segreteria, ad aggregare
e sostenere le istanze della popolazione contadina e bracciantile, costituente
in gran parte la nuova classe povera. Attraverso una costante ed energica
opera di rivendicazione dei diritti, il sindacato riuscì in maniera
rilevante a risollevare le condizioni della classe proletaria, garantendo
non solo ai lavoratori, ma anche ai disoccupati, ai bisognosi,
ai vecchi pensionati e non pensionati migliorate condizioni di
vita.
DA
VEDERE
LE
MURA MEGALITICHE
Nel VI secolo a.C. l'abitato di Norba raggiunse l'apice della potenza
e della ricchezza. A quel tempo si fa risalire un'importante opera di
fortificazione, attorno alla collina dove sorgeva la città. Tale
cinta muraria, formata da enormi blocchi di pietra locale, grandi fino
a un metro cubo, è in parte conservata. In molti tratti essa
è stata inglobata nelle costruzioni successive, ma talvolta emerge
per qualche metro dal tessuto murario ordinario.
IL
CASTELLO
Sorge sul punto più alto dell'acropoli cittadina, in una posizione
in grado di dominare l'intero territorio circostante fino al mare e
delimita l'antico largo della Corte, un'ampia piazza dalla forma irregolare
da sempre fulcro della vita politica locale. Del castello, che si presenta
oggi come una cittadella in pietra costituita da edifici appartenenti
a diverse epoche e gusti architettonici, si può apprezzare ora
l'aspetto inespugnabile, ora la raffinatezza degli ambienti signorili
più tardi. Esso è stato residenza dei conti di Conversano
per quasi sette secoli, sin da epoca normanna. Tuttavia la sua storia
è ben più antica: probabilmente già al tempo della
guerra greco-gotica (VI secolo d.C.) sullo stesso luogo sorgeva un edificio
di difesa che inglobava un tratto delle mura megalitiche dell'antica
città di Norba. Di sicuro i primi feudatari normanni imposero
nell'XI secolo la ricostruzione di un maniero sulle rovine del precedente.
Del nucleo originario normanno si conserva oggi una torre a base quadrata,
nota come Torre Maestra e un affresco posto sulla volta dell'ingresso
originario, raffigurante i santi Cosma e Damiano. In seguito, importanti
lavori di ampliamento furono realizzati, tra gli altri, dai conti Lussemburgo
(XIV secolo) che promossero l'edificazione dell'alta torre circolare
all'angolo nord, proprio dove il crinale dell'acropoli si faceva più
ripido. Intorno al 1460, gli Acquaviva costruirono una torre a base
dodecagonale, più tozza e con le mura a scarpata, particolarmente
ardita dal punto di vista ingegneristico: al suo interno infatti, è
presente una cisterna attorno alla quale gira un corridoio munito di
caditoie, essenziali per la difesa della città. I secoli successivi
videro l'ulteriore trasformazione dell'edificio che a mano a mano andava
perdendo i caratteri del maniero per configurarsi come elegante dimora
signorile, adatta al prestigio dei potenti feudatari. L'ingresso attuale
si apre lungo il muro di cinta posto su piazza Conciliazione, costruito
nel 1710 per volere della contessa Dorotea Acquaviva. È possibile
così accedere a un cortile interno che a sua volta garantisce
l'accesso al porticato tardo-rinascimentale. Ulteriori interventi sul
complesso edilizio si sono susseguiti sino alla fine dell'Ottocento.
Attualmente il castello è solo parzialmente acquisito al patrimonio
comunale, mentre alcune ali - inclusa la camera nuziale decorata con
le scene dell'Antico Testamento di Paolo Finoglio - sono tuttora proprietà
private. Nell'area pubblica dell'edificio ha oggi sede la Pinacoteca
civica che espone le grandi tele del ciclo della Gerusalemme Liberata
sempre opera del Finoglio.
LA
CATTEDRALE
Dedicata a Santa Maria Assunta, sorge anch'essa sull'acropoli cittadina,
ben all'interno delle antiche mura megalitiche, e presenta i suoi quattro
lati completamente isolati dalle costruzioni circostanti. Le origini
dell'edificio attuale sono databili presumibilmente alla fine dell'XI
secolo, quando si avviò la riedificazione della cattedrale sullo
stesso luogo dove sorgeva una chiesa precedente, probabile riadattamento
di un edificio di culto precristiano. Nel corso dei secoli, la cattedrale
fu oggetto di ripetuti interventi di restauro. Nel 1359 il vescovo Antonio
d'Itri promosse il completamento dell'arredo scultoreo, in particolare
intervenendo sulla facciata. Nel periodo barocco, gli interni della
chiesa furono radicalmente trasformati secondo il gusto dell'epoca:
le pareti interne furono coperte di stucchi, il soffitto fu ribassato
e dipinto con immagini sacre e motivi ad arabeschi, ulteriori altari
alterarono la scansione degli spazi nelle navate laterali. Nel 1877
l'architetto locale Sante Simone propose di restituire alla cattedrale
la bellezza delle linee dell'originale tempio romanico. Tale progetto,
che venne fortemente avversato dall'opinione pubblica locale, fu attuato
accidentalmente qualche decennio dopo, a seguito delle ingenti distruzioni
generate nel 1911 dall'incendio che distrusse completamente gli interni
della chiesa. A parte pochi arredi salvati dalle fiamme, fu possibile
recuperare solo la facciata e la parte absidale. La ricostruzione, promossa
dai vescovi Antonio Lamberti e Domenico Lancellotti, fu completata nel
1926 quando la cattedrale venne riaperta al culto. Nel 1997, la cattedrale
è stata elevata a basilica minore da Giovanni Paolo II. Lo stile
architettonico attuale segue i canoni del romanico pugliese, con una
pianta a croce patibulata, ossia a T, e le absidi rivolte a oriente.
La facciata a capanna è tripartita da lesene e caratterizzata
nella parte superiore da un rosone quattrocentesco a dodici raggi e
doppia cornice, e ai lati di questo, da due rosoni più piccoli.
Lungo la facciata si aprono tre portali: quello centrale presenta una
ricca decorazione scultorea con due leoni stilofori che reggono idealmente
un protiro a timpano. All'interno, le tre navate, munite di matronei,
corrispondono alle tre absidi semicircolari del presbiterio. Un affresco
quattrocentesco di scuola pisana ricopre l'intera abside sinistra. Ai
lati delle navate si aprono degli archi ciechi dove hanno sede, tra
gli altri decori, i due più importanti arredi scampati alle distruzioni
dell'incendio del 1911: un crocifisso ligneo del XV secolo e l'icona
della Madonna della Fonte, protettrice della città.
L'ICONE
DELLA MADONNA DELLA FONTE
L'immagine sacra esposta in cattedrale è un'icona databile attorno
al XIII secolo. Secondo la tradizione, comunque, essa sarebbe giunta
a Conversano nel 487 assieme al primo vescovo Simplicio, che l'aveva
salvata dall'incendio di una chiesa in Africa durante gli scontri con
i seguaci dell'arianesimo. Le vicende che secondo la tradizione accompagnarono
l'arrivo del quadro a Conversano sono pure leggendarie, in quanto la
barca sulla quale viaggiava il vescovo per ben due volte fu allontanata
dall'approdo previsto, a Polignano, prima di sbarcare sul litorale di
Cozze, a pochi chilometri da Conversano. Per approfondimenti consulta
la voce Madonna della Fonte.
IL
MONASTERO DI SAN BENEDETTO
Secondo una tradizione non attestata da fonti, il primo insediamento
di monaci benedettini a Conversano risalirebbe al VI secolo. Di sicuro
esso nel X secolo godeva di un certo benessere, rafforzato nel 1098
dal primo conte di Conversano Goffredo d'Altavilla che concesse al monastero
i diritti fiscali sul vicino centro di Castellana. Nel 1110 papa Pasquale
I dispose che il monastero sarebbe stato direttamente soggetto alla
Santa Sede e concesse ai monaci il diritto di eleggere autonomamente
il proprio abate. Veniva così sciolto il vincolo tra il monastero
e il vescovo locale. Una bolla di papa Alessandro IV del 1256 concesse
all'abate conversanese anche la giurisdizione ordinaria sul clero di
Castellana. Solo pochi anni dopo i benedettini abbandonarono Conversano,
forse per essersi opposti al re di Sicilia Manfredi. Nel 1266 papa Clemente
IV affidò il monastero ad un gruppo di monache cistercensi esuli
dalla Grecia guidate da Dameta Paleologo, probabilmente imparentata
con la famiglia reale di Costantinopoli. Nonostante fosse ora occupato
da un ordine religioso femminile, San Benedetto non perse le antiche
prerogative e anzi papa Gregorio X concesse alla badessa di poter indossare
la mitra e il pastorale, che erano insegne vescovili, e le confermò
la piena giurisdizione sul clero di Castellana. L'eccezionale situazione,
pressoché unica nella cristianità occidentale, fece coniare
per il monastero di San Benedetto la dizione di Monstrum Apuliae ("stupore
di Puglia"). Contemporaneamente alla crescita del prestigio e del
potere delle badesse - molte delle quali nei secoli successivi sarebbero
appartenute alla famiglia comitale Acquaviva d'Aragona - crebbero però
anche le occasioni di attrito con il vescovo della cittadina e il clero
castellanese. Già nel 1274 si registrarono le prime controversie
giurisdizionali. Particolarmente vivaci furono quelle tra il 1659 e
il 1665. Gli attriti perdurarono sino ai primi anni dell'Ottocento,
quando i decreti murattiani di abolizione dei diritti feudali e di scioglimento
degli ordini religiosi posero fine alla storia del monastero benedettino.
Il complesso monastico occupa una vasta porzione del centro storico
all'interno delle mura megalitiche, delle quali ingloba ampi tratti.
La chiesa conserva una parte della cinta muraria dell'XI secolo. Il
monumentale ingresso laterale, del 1658, presenta una coppia di leoni
su cui si innestano due colonne corinzie e un protiro riccamente decorato.
In corrispondenza dell'ingresso laterale si erge un campanile barocco
la cui sommità è ricoperta di maioliche bicrome. Le stesse
maioliche rivestono la cupola che si apre sulla navata centrale. L'interno
a tre navate è oggi un'aula di forma rettangolare impreziosita
da decorazioni barocche: l'abside fu eliminato nel XVI secolo per favorire
la costruzione di grande altare centrale. Tra gli altari laterali, quelli
di San Benedetto e San Biagio conservano due tele di Paolo Finoglio.
Altre opere sono attribuite a Carlo Rosa e Nicola Gliri. Sotto la chiesa
si apre una cripta dell'XI secolo dedicata a San Mauro con due navate
e archi a sesto tondo. Il chiostro medievale, risalente ai secoli XI-XIII,
ha forma trapezoidale. Le colonne binate che reggono il portico hanno
capitelli in pietra intagliata. Parte del complesso monastico ospita
attualmente il museo civico archeologico.
LA
CHIESA DI SANTA CATERINA
Si tratta di un piccolo edificio romanico a circa 1 km fuori dal centro
abitato. La costruzione risale forse al XII secolo e probabilmente venne
realizzata da alcuni monaci basiliani stabilitisi nell'area. La principale
caratteristica della chiesa è la sua pianta quadrilobata con
una cupola centrale internamente emisferica racchiusa in un tiburio
ottagonale, sul quale insiste un lanternino. Gli interni, in passato
affrescati, si presentano ora spogli da ogni decorazione e permettono
di cogliere meglio l'armoniosità dei volumi.
In assenza di documenti che ne attestino la data di edificazione, la
datazione del monumento è problematica e potrebbe essere fatta
risalire ad un periodo compreso tra l'XI e il primo XIV secolo. L'adozione
di una pianta così poco diffusa nell'ambito dell'architettura
religiosa occidentale svelerebbe degli influssi bizantini. Essa è
stata infatti messa in relazione con altri edifici religiosi realizzati
nell'area tra Venosa e Canosa. Per tale ragione la chiesa di Santa Caterina
è stata riconosciuta monumento nazionale.
ROVINE E TORRE DI CASTIGLIONE
A circa 5 km dal centro cittadino in direzione sud-est, sulla cima di
un colle boscoso della contrada Castiglione si staglia un'alta torre
a base quadrata, probabilmente con un nucleo trecentesco e rifacimenti
del tardo Cinquecento. L'ingresso alla torre è in posizione sopraelevata
e richiedeva presumibilmente un ponte levatoio; la sommità è
coronata di beccatelli. Attorno alla torre vi sono i resti di una cinta
muraria con basamento megalitico che delimitava la cima del colle, dove
sono emersi i resti di alcune strade, case e botteghe e i ruderi di
una chiesa di impianto basilicale con abside semicircolare, della quale
si ha memoria con il titolo dell'Annunziata. Il toponimo Castiglione,
associato ad un centro abitato di modeste ma non trascurabili dimensioni,
ricorre infatti nei documenti dal X secolo al 1494 quando probabilmente
la piccola comunità si raccolse in Conversano. Ma il villaggio
occupava in realtà il sito di un insediamento abitato almeno
dall'età del bronzo e vivo in epoca romana, alla quale sembra
fare riferimento l'impianto urbanistico. Secondo alcune interpretazioni,
Castiglione potrebbe corrispondere alla località riportata nella
Tabula Peutingeriana col toponimo Ad Veneris. Oggi l'intera area è
stata recuperata ed è tutelata insieme ai laghi di Conversano.
IL CASTELLO DI MARCHIONE
Si tratta in realtà di un'elegante tenuta di caccia, fatta costruire
dagli Acquaviva d'Aragona in un bosco, oggi scomparso, a 6 km da Conversano,
presumibilmente attorno al 1730. L'edificio, alla cui realizzazione
intervenne Vincenzo Ruffo o altri architetti di scuola vanvitelliana
(mentre è dubbio il ruolo rivestito dallo stesso Vanvitelli),
si presenta come una costruzione a pianta quadrata, i cui quattro vertici
sono caratterizzati da tozze torri circolari in pietra. Il piano superiore,
raggiungibile mediante un'imponente scala esterna a doppia rampa, presenta
in facciata un loggiato coperto. Trasformato in masseria a metà
del XIX secolo, il castello di Marchione nel 1976 è stato riconosciuto
come monumento nazionale. Gli interni, oggi recuperati allo splendore
originario, ospitano il ritratto di Giangirolamo II eseguito da Paolo
Finoglio.
IL
SANTUARIO DEI SANTI COSMA E DAMIANO
Il primo edificio di culto in Puglia realizzato su modelli barocchi
fu fatto erigere nel 1636 dal conte Giangirolamo II Acquaviva d'Aragona,
probabilmente come ex voto ai santi Medici per la guarigione del figlio
Cosimo. Sullo stesso luogo sorgeva una chiesa preesistente dedicata
a San Matteo. La sobria facciata della chiesa introduce mediante un
unico portale ad un'aula interna poco illuminata, nella quale però
la luce si riverbera sulle fastose decorazioni dorate ed esalta l'alternarsi
dei pieni e dei vuoti dato dalla scansione delle cappelle laterali.
Gran parte dell'arredo iconografico è opera di Paolo Finoglio,
che si avvalse anche degli aiuti Carlo Rosa e Cesare Fracanzano. Il
soffitto, interamente affrescato tra le cornici aggettanti, reca l'apoteosi
dei santi Medici contornata da alcune scene della loro vita. Nella chiesa
si venera santa Rita da Cascia, che fu canonizzata grazie al riconoscimento
di un miracolo avvenuto a Conversano nel 1887. Per tale ragione, dal
1997 i legami tra la cittadina pugliese e Cascia sono sanciti da un
"gemellaggio di fede".
LA
CHIESA DEL CARMINE
Anch'essa barocca, venne realizzata nel 1652 per volere della contessa
Isabella Filomarino della Rocca, moglie di Giangirolamo II. Gli interni,
ad unica navata secondo le disposizioni liturgiche del Concilio di Trento,
presentano una pregevole decorazione in stucchi bianchi e oro. In particolare,
l'altare maggiore, con la pala dipinta dall'artista bitontino Nicola
Gliri, di scuola finogliesca, si connota per il forte movimento ascensionale.
Da segnalare anche il coro in legno intagliato e dorato.
LA
CHIESA DI SANTA MARIA DELL'ISOLA
Sorge a circa 2 km dal centro cittadino, lungo l'antico tracciato viario
che conduceva - e conduce tuttora - a Bari. Venne costruita nel 1462
presso un'antica chiesa rupestre poi abbandonata. Secondo la leggenda
infatti intorno alla metà del XV secolo la Vergine Maria sarebbe
apparsa ad una fanciulla indicandole il luogo dove avrebbe trovato una
grotta con un suo dipinto. L'edificazione della chiesa fu patrocinata
dai conti Giovanni Antonio Orsini del Balzo e Giulio Antonio Acquaviva.
Sin dall'inizio essa venne affidata all'Ordine dei Frati Minori osservanti
detto degli Zoccolanti, che l'amministrarono fino ai primi anni del
XIX secolo.
L'edificio si presenta oggi con un'architettura tardo-gotica e un arredo
interno per lo più rinascimentale. L'insolita pianta a due navate
è frutto dell'ampliamento della chiesa realizzato nel 1530. Nell'abside
della navata più antica è conservato il cenotafio (monumento
funebre senza la salma) di Giulio Antonio Acquaviva, ucciso nell'assedio
di Otranto del 1481. L'opera, realizzata dall'artista salentino Nuzzo
Barba in pietre policrome, rappresenta le virtù cardinali e teologali
che contornano un'immagine del conte e di sua moglie entrambi vestiti
di un saio francescano. Un epitaffio ricorda i meriti del feudatario
e le circostanze della morte. Tra gli altri elementi decorativi della
chiesa, si menzionano gli affreschi seicenteschi, gli altari in legno
scolpito e dipinto e il grande crocifisso in cartapesta e legno che
viene portato in processione per la città in occasione del Venerdì
Santo.
Il monastero sorge attorno a due chiostri: il più piccolo è
il più antico e presenta al centro un pregevole pozzo barocco
con fregi realizzati in ferro battuto. Quello più grande rappresenta
, tramite statue e affreschi, i santi, per lo più di tradizione
francescana.
I
LAGHI DI CONVERSANO
La natura carsica dell'agro di Conversano è evidente nelle numerose
doline prive di inghiottitoio che contraddistinguono il territorio comunale
e che a seguito di piogge abbondanti si trasformano in piccoli bacini
idrici. L'importanza di tali depositi d'acqua per l'agricoltura di un
territorio altrimenti privo di acque superficiali fece sì che
già in epoca romana, nei punti più bassi delle depressioni
naturali, venissero costruite delle cisterne profonde fino a 12 metri,
allo scopo di immagazzinare l'acqua il più a lungo possibile
preservandola dall'evaporazione. Undici di tali cisterne sono tuttora
conservate e sono state sino ad epoca recente utilizzate come fonte
di approvvigionamento idrico per i campi circostanti. Il particolare
habitat dei laghi risulta fondamentale per la fauna anfibia e rettile;
in particolare, si riscontra la presenza del tritone italico, del rospo
smeraldino e della biscia d'acqua. Dal 1985 pertanto i laghi di Conversano
sono stati dichiarati riserva naturale erpetologica. Essi inoltre costituiscono
un punto di sosta per le migrazioni di diverse specie avicole, quali
anatre, oche, aironi e fenicotteri. Recentemente, l'Unione Europea ha
li ha classificati come siti di interesse comunitario per per la conservazione
del patrimonio naturale.
DA
VISITARE
Museo civico archeologico: ospitato presso il Monastero di San Benedetto,
presenta un percorso guidato relativo al popolamento di una vesta area
del sud-est barese in epoca preistorica ed espone i ritrovamenti archeologici
relativi agli abitati di Norba e Castiglione.
Pinacoteca civica, presso il castello. Espone in particolare l'intero
ciclo della Gerusalemme Liberata di Paolo Finoglio.
Polo bibliotecario: comprende la biblioteca ed emeroteca civica "Maria
Marangelli" e la biblioteca del Centro Regionale dei Servizi Culturali
(CRSEC), ambedue site presso l'ex convento di San Giuseppe.
Biblioteca del seminario vescovile: contiene una ricca collezione di
manoscritti e libri dal Cinquecento all'Ottocento, più una sezione
moderna dedicata alle opere di teologia e di storia locale ed ecclesiastica
e ai microfilm di manoscritti relativi a Conversano custoditi in altre
biblioteche italiane ed europee. Nella stessa sede sono esposti circa
4000 reperti di mineralogia.
Grande orchestra di fiati Gioacchino Ligonzo: recentemente intitolata
al compositore e direttore di banda conversanese, che la diresse nella
seconda metà del XX secolo, la banda musicale nacque già
nel Settecento alla corte degli Acquaviva. Dal 1832 essa fu resa un'istituzione
stabile e presto divenne anche un'apprezzata scuola di composizione
bandistica. Recentemente, la banda della città di Conversano
è stata insignita di diversi premi a livello nazionale e ha partecipato
a tournée all'estero.
FRAZIONI
Nel territorio di Conversano, a 8 km dalla cittadina, sorge la frazione
di Triggianello, sorta nel 1878 come villaggio operaio annesso ad uno
stabilimento per la lavorazione e il commercio dei prodotti vitivinicoli
di proprietà di Saverio De Bellis: egli provvide alla costruzione
delle abitazioni per le famiglie dei lavoratori e diede all'insediamento
il nome di "Villanova", che era anche il marchio con il quale
era commercializzato il vino che vi si produceva. Il villaggio fu dotato
di un ufficio postale e telegrafico e in pochi anni sfiorò i
seicento residenti. Nonostante le aspettative dell'imprenditore De Bellis,
la frazione non fu mai connessa alla rete ferroviaria e questa fu una
delle cause del suo mancato ulteriore sviluppo.
Oggi
l'abitato di Triggianello, che ha mantenuto l'originaria vocazione agricola,
si caratterizza per l'imponente chiesa di Santa Maria Addolorata, costruita
nel 1916 e dichiarata Parrocchia nel 1939, fuori scala rispetto alle
modeste dimensioni della frazione proprio perché fu progettata
per servire un abitato che nelle intenzioni sarebbe dovuto essere molto
più vasto.