Pecetto
Torinese è un comune di 3.687 abitanti della provincia di Torino.
Geografia
e territorio
Il comune, situato su di un declivio delle colline a sud-est di Torino,
gode di un clima mite. È celebre per la produzione delle ciliegie.
Negli
ultimi decenni si è avuta una tendenza all'uso abitativo e residenziale
per i torinesi che lavorano nell'area metropolitana, tanto che la sua
popolazione a partire dal 1968 è quasi raddoppiata. Il
suo territorio è formato da una striscia lunga cinque km e larga
poco meno di due, che digrada dal Colle della Maddalena (situato ad un'altezza
di 700 mt) e dal monte Capra, al borgo San Pietro ai confini con Trofarello.
Viene attraversato per tutta la sua lunghezza da tre piccoli fiumi che
nascono a nord nella zona dell'Eremo, e che scendono verso Cambiano e
Trofarello : il Rio Costo, che prende il nome di torrente Gariglia nel
territorio della regione Garia ; il Rio Pontetto, che sgorga nella regione
Fontanone, percorre la zona ovest del comune e cambia nome in Rio Valle
San Pietro nelle vicinanze dell'omonima frazione e in Rivo Crosso in prossimità
di Trofarello ; infine il Rio Martello che nasce nella omonima regione
per mutare in Torrente Canepe nelle vicinanze della Valle Canepe e proseguire
poi verso sud con il nome di Rio Vajors, il cui nome deriva da Ij ri dj'òss,
che in piemontese significa rio delle ossa, dall'enorme numero di soldati
angioini che caddero vicino al fiume durante la battaglia di Gemenario
del 1345 combattuta tra il Marchese del Monferrato e Roberto d'Angiò.
Il centro del paese sorge su di un poggio a 400 mt s.l.m., in una posizione
isolata rispetto all'Eremo e alla Maddalena.
La storia
antica ed il toponimo
Il più importante ritrovamento preistorico del luogo è
un muro di laterizio risalente all'epoca romana nella valle di Canape.
Vicino a Pecetto sorgeva poi la pieve di Covacium, una località
non più esistente, dove sono stati dissepolti, anche qui, resti
risalenti all'epoca romana. L'antico toponimo compare per la prima volta
nel 1152 in alcuni documenti : Picetum e la sua variante Pecieto, sui
quali sono state formulate alcune ipotesi : lo storico Flechia lo fece
derivare da picea, il cui significato è abete, albero molto diffuso
anticamente nelle colline circostanti il borgo, e suffragato dalla presenza
di un pino verde, in un campo d'argento, nello stemma del comune. Un
altro storico , il Serra da un significato diverso indicando nella parola
pecia l'origine del nome : pezza di terra in latino medioevale e per
estensione : complesso di pecie o particelle di territorio distribuite
a sorte.
La fondazione
La fondazione ufficiale del borgo risale al XIII secolo, una volta staccatosi
da Chieri, ma la ritrovamento di un picinum in un documento del 1040,
relativo alla donazione di alcune terre eseguita da dal marchese di
Romagnano al monastero di San Silano di Romagnano ha fatto ipotizzare
che possa essere esistito un precedente insediamento. Una studiosa medioevale,
la Montanari Pesando ha escluso questa possibilità ; secondo
la sua ipotesi, il toponimo non poteva essere altro che Picetum in relazione
alla ricchezza di alberi di pino storicamente presenti nel territorio.
Il dominio
di Chieri
Le ipotesi di un insediamento precedente sono ancora da provare, comunque
sappiamo con certezza che la nascita del paese risale tra il 1224 e
il 1227 , quando gli abitanti di Covacium divennero cittadini chieresi
a tutti gli effetti. Gli abitanti, esattamente 73, giurarono di offrire
a Chieri prestazioni militari, la manutenzione dei fossati e il pagamento
di una tassa annuale chiamata taglia nel caso lo reclamasse il comune
; vi era anche il curioso diritto di obbligare il trasferimento della
residenza altrove, mentre il comune di Chieri si impegnava a comprare
il luogo di trasferimento prescelto. Dovevano anche mantenere i loro
obblighi nei confronti dei Conti di Biandrate, a cui Chieri era dal
1158 infeudata, ma decisa ad assorbirne i territori. Nel 1227 infatti,
gli uomini di Covacium si trasferirono quindi nel territorio di Pecetto,
dove era presente una torre, un ricetto posti a difesa di Chieri, e
la Chiesa di Santa Maria. Tale operazione era volta, oltre a costringere
i Conti di Biandrate a rinunciare agli ultimi luoghi rimasti, anche
a ottenere, da parte degli abitanti, maggiori tutele d'ordine fiscale
e sociale, che solo il comune di Chieri poteva garantirgli.
Iniziano
i conflitti
I primi decenni del Duecento vedono l'inizio di conflitti devastanti
: da una parte l'imperatore e dall'altra il papa. Nel 1228 Testona alleata
con Chieri e Asti nelle schieramento imperiale si staccò dall'alleanza
per muovere guerra a Chieri e l'anno successivo a Pecetto. A questo
attacco Chieri rispose mettendo a ferro e fuoco Testona, ma non si hanno
notizie della partecipazione dei pecettesi. Con il tempo Pecetto diventa
il borgo principale della zona e già nel 1275 aveva inglobato
diversi villaggi adiacenti, compresa l'antica Covacium. Al termine del
XIII secolo i confini del comune erano quasi identici a quelli attuali
ad esclusione di alcune zone poste a nord.
La guerra
tra le fazioni chieresi
Verso la fine del XIII secolo, Pecetto si vide coinvolta nelle scaramucce
tra le due fazioni chieresi che si spartivano la città di Chieri
: la Società di San Giorgio , che rappresentava la borghesia,
e la Società dei Militi in rappresentanza dell'aristocrazia.
A causa di questo conflitto un certo Tommaso Surdo di Pecetto uccise
l'assassino del padre per vendicarne la morte, un tal Iacomello Niello.
Per evitare la vendetta il Surdo si pose sotto la protezione della Società
di San Giorgio, ma nonostante questo fu raggiunto nel 1304 dai suoi
nemici e ucciso.
Il Rinascimento
Nel corso del XIV secolo, Pecetto vide il sorgere di una rivolta a causa
della vendita del borgo ai Balbi, una illustre casata che comprendeva
tre famiglie : gli stessi Balbo, i Bertone e i Simone. Dopo numerosi
ricorsi e cause, nel 1360 i pecettesi ottennero di tornare sotto la
diretta giurisdizione di Chieri. La potenza della casa Savoia si stava
sempre più affermando a quei tempi, per cui per sottrarsi ad
un attacco del Marchese del Monferrato la repubblica chierese, alla
quale anche Pecetto faceva parte, chiese e la ottenne la protezione.
Nel 1363 i chieresi concessero con un atto solenne ad Amedeo di Savoia
la signoria del loro territorio. Nel 1542 per sottrarsi all'egemonia
spagnola su Chieri , gli abitanti di Pecetto chiesero esplicitamente
di diventare sudditi di Torino. È in questa occasione che Torino
accolse la richiesta trasformando il nome in Pecetto Torinese. Ma con
la Pace di Cateau-Cambrésis del 1559 e l'accordo di Blois del
1562 il duca Emanuele Filiberto rientrava in possesso dei suoi territori,
tra cui Chieri che gli giurò fedeltà il 26 novembre 1562,
e dal consegnamento della città, avvenuto due anni più
tardi, risulta che Pecetto era tornata a far parte del suo mandamento.
La dominazione
sabauda
Una volta passata Chieri sotto i Savoia, il duca Carlo Emanuele I, alla
continua ricerca di soldi per sostenere le guerre, cedette in feudo
Pecetto nel 1619 a Cristoforo di Cavoretto, che a sua volta lo cedette
al barone Benedetto Cisa di Grésy. Nel 1713 il feudo passò
a Gaspare Francesco Balegno e successivamente, nel 1722, venne concesso
in feudo a Giovanni Enrico Marene: il fratello, il conte Pietro Tommaso,
fu l'ultimo feudatario di Pecetto.
La rivoluzione
francese
Gli echi della Rivoluzione Francese giunsero anche a Pecetto : sulla
piazza principale del borgo venne eretto l'albero della libertà,
mentre alcuni frati del vicino convento dell'Eremo spaventati si diedero
alla fuga. Nel 1799, con l'arrivo dell'esercito austro-russo, comandato
dal Suvorov i pecettesi furono obbligati a ricevere il sedicente generale
Branda-Lucioni generale in pensione dell'esercito austriaco che si era
messo a capo di una banda di contadini contro i repubblicani. L'episodio
venne registrato nei libri mastri del comune per via della spesa sostenuta:
"lire 1214, soldi 4, denari 00".
EDIFICI STORICI
La chiesa
di San Sebastiano [modifica]
Il più importante edificio storico è la Chiesa di San
Sebastiano che sorge su un poggio da cui parte la strada per Revigliasco
Torinese. Risale agli inizi del Duecento e fu ristrutturata nel Quattrocento.
Edificata in uno stile di transizione tra il gotico ed il romanico ne
prova l'origine rustica grazie anche al cotto rosso con cui è
costruita, senza nulla togliere alla semplicità della sua architettura.
Di fronte alla chiesa sorgono due cipressi che da lontano le conferiscono
un inconfondibile aspetto. La facciata è composta da un portale
incorniciato da un fregio sovrastato da una finestra circolare. L'interno
è composto da tre navate separate da pilastri collegati da archi
che reggono i muri della navata maggiore. Caratteristica particolare
sono la ricchezza delle decorazioni, molte delle quali ormai perdute.
Sulla parete
di destra, entrando si trova un prestigioso affresco raffigurante la
Natività, opera del pittore Jacopino Longo, allievo della scuola
d'arte di Macrino d'Alba : un'iscrizione in caratteri gotici svela il
nome del committente dell'opera : Bernardino di Canonicis e la data
1508. Nella stessa chiesa è presente un altro affresco dello
stesso autore che rappresenta L'assunsione di Maria Vergine.
La volta
del presbiterio custodisce alcuni episodi della Vita di San Sebastiano
, degli Evangelisti e la Tentazione di Sant'Antonio. Sulla parte di
fondo si trova la imponente Crocefissione affrescata da Antonio de'
Manzanis i cui personaggi indossano costumi del XV secolo. Sempre nel
presbiterio sulla sinistra rispetto all'altare maggiore è collocato
un grande altare ligneo sovrastato da una tela dipinta nel 1631, che
raffigura la Madonna col Bambino fra i Santi Giuseppe, Sebastiano, Fabiano
e Romualdo; di fronte sulla parete di destra si trovano due quadri di
scuola lombarda che rappresentano l' Ultima cena e la Lavanda dei piedi.
La navata sinistra è interamente affrescata con figure di santi
: da notare nella volta a crociera della terza campata quattro episodi
della Leggenda del miracolo di Santo Domingo de La Calzada e sulla lunetta,
un affresco con la Vergine che allatta il Bambino, e sul sottarco della
seconda campata l'immagine della Vergine con il Bambino.
La Parrocchia
di Santa Maria della Neve
L'attuale Parrocchia di Santa Maria della Neve fu costruita tra il 1739
ed il 1742, su progetto dell'architetto Bernardo Antonio Vittone, utilizzando
materiale di recupero proveniente da una chiesa esistente nello stesso
luogo. L'antica torre del ricetto e un campanile risalente alla fine
del Settecento la fiancheggiano formando un complesso composito tipico
nello stile architettonico piemontese. L'interno è costituito
da un'unica grande navata con soffitto a botte, su cui si affacciano
sei cappelle, e conserva diverse sculture lignee provenienti dall'ormai
distrutto Eremo dei Camaldolesi. In fondo all'abside si trova il maestoso
quadro del Rapous con la Madonna circondata dai compatroni di Pecetto,
(Giacinto, Grato e Sebastiano). L'altare maggiore, disegnato dal Dell'Ala
di Beinasco è realizzato in marmo nero intarsiato con pietre
policrome di diversa provenienza. L'organo è di Giovanni Battista
Concone.
La chiesetta
della Confraternita
Nella piazzetta sottostante la parrocchiale si trova la Chiesetta della
Confraternita, che fu costruita e ristrutturata a più riprese,
nel corso di un secolo, tra il 1625 ed il 1736, sui progetti degli architetti
Luigi Molinari D'Andorno e di Ludovico Perucchetti. All'interno, oltre
ad un tempietto risalente al Settecento in legno dorato, opera dello
scultore torinese Bosco, si conservano diversi quadri, statue e candele
un tempo appartenenti all'Eremo dei Camaldolesi. Uno dei dipinti del
Theatrum Sabaudie mostra un castello di Pecetto che non fu mai costruito,
in quanto, probabilmente, si interruppe con l'erezione dei bastioni
che tuttora esistono.
Altri edifici
di pregio
Verso la strada che porta alla Valle Sauglio è situata la villa
settecentesca detta Il Ghiotti o il Tarino, nota per aver ospitato Gegia
Marchionni, amante di Silvio Pellico. Alla Villa Bergalli invece, situata
sul pendio del Bric della Croce, negli anni Venti del Novecento, trascorreva
le vacanze estive e autunnali la scrittrice Annie Vivanti.
Economia
L'economia di Pecetto trova nella raccolta delle ciliegie la coltura
di maggior reddito per i pecettesi, mentre la coltivazione degli ortaggi
e del frumento risponde in prevalenza alle esigenze locali. Inoltre
la particolare mitezza del clima consente la coltivazione del mandorlo,
dell'olivo e dell'oleandro. L'inizio della raccolta delle ciliegie su
vasta scala ebbe inizio nel 1910 anno in cui la grandine e filossera
distrussero i rigogliosi vigneti della zona. Il sindaco di allora Mario
Mogna accolse il consiglio dell'amico Giovanni Giolitti che suggerì
di sostituire le viti con piante di ciliegio. Le quasi 50.000 piante
concentrate nel capoluogo e nella zona ai confini di Trofarello producono
frutti di qualità pregiata : tra la ciliegia vittona e la varietà
galucio nelle buone annate si possono raggiungere le 700 tonnellate.
L'Eremo dei Camaldolesi
Il duca Carlo Emanuele I di Savoia aveva fatto un voto nel 1559 : "se
l'epidemia di peste cesserà realizzerò un grande convento,
composto da numerosi edifici". Nel 1601 assieme al suo consigliere
spirituale , padre Alessandro dei Marchesi di Ceva, e all'architetto
Vitozzi, mantenne la sua promessa e diede il via ai lavori, proprio
in località Monveglio, laddove sarebbe sorto l'Eremo dei Camaldolesi.
Cinque anni dopo, nel 1606 in quel luogo sorse il maestoso edificio
immerso in un parco ricco di pini , cipressi e cedri. Questo convento
fu l'impresa edilizia più importante di Carlo Emanuele I. Per
ogni eremita l'architetto aveva previsto una casetta indipendente con
un pozzo interno, una cella, un oratorio e un piccolissimo orto. Una
chiesa bianca dominava le celle. Nei due secoli di vita del monastero
vennero concentrate, oltre ad una ricca biblioteca, diverse opere d'arte
: Beaumont, Bernero, Cignaroli, dei fratelli Pozzo, per non citarne
che alcuni. Ma la diaspora artistica iniziò prima dello smantellamento
ufficiale del convento che fu deciso nel 1801 dalla commissione esecutiva
del Piemonte. La soppressione, che avvenne contemporaneamente a quella
degli eremi di Cherasco e Busca era necessaria per motivi finanziari
: il governo francese all'epoca non era in grado di mantenere la dotazione
annua di 13.125 Lire. L'eremo rimase deserto per otto anni, fu oggetto
di ripetuti saccheggi , finché nel 1809 fu messo all'asta ed
acquistato dal banchiere Ranieri. Il monastero ridotto a condizioni
pietose ritornò alla curia nel 1874, per essere adibito a sede
estiva del Seminario. I lavori di ristrutturazione fecero perdere completamente
la fisionomia delle antiche vestigia. Oggi i resti della proprietà
sono stati demoliti e al suo posto sorge un edificio che ospita una
sezione dell'Ospedale Maggiore di Torino. Le uniche testimonianze dello
splendore del passato sono il campanile e la cappella dell'Ordine dell'Annunziata.