Sant'Agata
de' Goti è una Città di 11.357 abitanti della Provincia
di Benevento. Dista da Benevento circa 35 km. Da Caserta 25 km. Da Napoli
50 km. La cittadella storica si erge su uno sperone tufaceo tra due
affluenti del fiume Isclero, all' incrocio di profondissimi valloni,
su quello che in un tempo geologico deve essere stato l' epicentro di
un violentissimo sisma; l' intera città si sviluppa alle falde
del monte Maineto (556 m.), oltre il torrente Martorano. La pianta della
Città antica è a semicerchio e misura 1 Km in lunghezza,
con diametro diretto da sud a nord lungo la sponda del Martorano dove
ha scavato una profondissima gola, particolarmente evidente nella sua
parte sud-occidentale. Tutto il territorio comunale si stende alle falde
del monte Taburno con un' escursione altimetrica di 1283 metri, con
un minimo di 40 ed un massimo di 1323 metri; monte celebrato da Virgilio
e ricco di sorgenti favolose, e infatti le fontane della Reggia di Caserta
sono alimentate da acque estratte da questo territorio (sorgenti del
Fizzo) e convogliate nell'acquedotto carolino, architettato da Luigi
Vanvitelli, che attraversa per molta parte del suo percorso le colline
prospicienti Sant' Agata. La città di Sant' Agata de' Goti, come
tante città e paesi meridionali, ha risentito dell' emigrazione
all' estero (Svizzera e Germania) nel dopoguerra. Ma, una nuova emigrazione
è in atto a causa del mancato o distorto sviluppo economico-sociale
di questi decenni. La popolazione residente conta all' incirca 12.000
abitanti, inclusi quelli che pur conservando ufficialmente la residenza,
vivono e lavorano fuori paese. Una buona metà della popolazione
vive nei borghi e nelle campagne, che negli ultimi decenni hanno goduto
di un buon grado di sviluppo economico, sociale e civile, in gran parte
dovuto ai finanziamenti nazionali ed europei.
ETIMOLOGIA
Sull'attuale nome della città sono due le teorie più accreditate.
Secondo una prima teoria l'attuale nome di Sant'Agata de' Goti risalirebbe
al VI secolo d.C.,allorché i Goti, sconfitti nel 553 d.C. nella
battaglia del Vesuvio, ottennero di rimanere nei territori come sudditi
dell'Impero, una colonia si sarebbe stabilita in questo territorio,
fondando l'attuale città. Tale teoria non è però
suffragata da nessuna testimonianza scritta. Una seconda teoria invece
sostiene che S. Agata debba l'appellativo de' Goti ai De Goth. Nel 1313
d.C. Roberto d'Angiò concesse il feudo di S. Agata alla famiglia
guascona dei De Goth. Ed è solo dopo l'esperienza dei De Goth
che compare per la prima volta, nel 1502, il toponimo Sant'Agatae de
Goctis. A questo bisognerebbe aggiungere che dato il persistere delle
due terminologie, e dato che il termine comune rimane "Sant' Agata",
si possa essere verificata una crasi, o una fusione. Però, sicuramente
i Goti veneravano la martire cristiana Agata, e avevano edificato in
sua devozione le chiese di Sant' Agata de Marenis e Sant' Agata Sopraporta,
da cui prende origine il nome di questa città.
ORIGINI
E STORIA
Per le evidenti considerazioni di topografia del luogo, appare chiaramente
che l' odierna Sant'Agata de' Goti fu fondata sull' attuale sito (V-VI
sec.) perché ritenuto particolarmente idoneo alla difesa dalle
incursioni dei nemici, certamente non lontano dall'antico sito della
città sannitica Saticula, città ai confini della Campania.
Si può con una certa evidenza ritenere sicuro che la Città
insista sul territorio dell' antica Saticula, e che ne rappresenti la
continuità storica e civile, se tale "continuità"
non venga scambiata con il concetto storiografico della "continuità",
che è cosa diversa. A sostegno di questa che è più
di una ipotesi c' è la tradizione, sia scritta che orale, tramandata
nei lunghi secoli della sua storia fino a noi, che ha pur un suo valore
di storiografica testimonianza. Va anche detto che nessun' altra città
rivendica con altrettanta probabilità la continuità della
sua fondazione con la storia di Saticola quanto Sant' Agata de' Goti.
Ma, questo a parte, l' equazione Saticola-S. Agata de' Goti si fonda
su una concomitanza di fatti, di eventi, di contingenze, di situazioni,
sia di carattere storiografico, sia toponomografico, sia archeologico.
L' areale dei Saticolani, così come è possibile ricostruirlo
dagli scrittori di storia romani e non, giaceva sulla riva sinistra
del Volturno, fra le valli e le colline prospicienti il monte Taburno,
e si estendeva fino al limite del territorio campano vero e proprio.
Se si stabilisce un confronto tra la ricostruzione dell' areale occupato
dai Saticolani sulla base delle fonti degli autori latini (T. Livio,
Virgilio), dalle quali risulta che la città sannita aveva i suoi
confini a Nord con Capua, a Est con Caudium, a Ovest con i territori
campani; la ricostruzione del territorio amministrativo di Sant' Agata
de' Goti in epoca borbonica, e la ricostruzione mappale dell' antica
Diocesi (980 circa; e a tale proposito va ricordato che per prassi consolidata
ereditata dal Diritto pubblico romano la Chiesa tendeva a sovrapporre
l' amministrazone religiosa a quella civica), se ne deduce visivamente
che il territorio di Sant' Agata de' Goti va a ricoprire pari pari il
territorio dell' antica Saticula.
Stabilita una lettura corretta del racconto liviano, sembra che l' agrum
Saticulanum corrisponda effettivamente al territorio di Sant' Agata
de' Goti. Comunque, dopo la definitiva sconfitta dei Sanniti (293 a.C.)
Saticula, o piuttosto il suo territorio se è vero che l' antica
città venne rasa al suolo, ospitava una colonia romana, di cui
resta testimonianza una lapide (42-39 a.C.), inserita nell' atrio del
Duomo di Sant' Agata, dedicata a C. Ottaviano Augusto.
Da questo momento Saticula sparisce dalle carte geografiche e dalla
storia antica, e di essa non si rinviene più menzione; si perderà
anche la memoria storica del suo luogo di edificazione, se non una labile
ma persistente memoria locale. È rimasto tuttavia tra Sant' Agata
de' Goti e Presta (probabilmente l' antica Plistia), sua frazione, un
lungo campo archeologico arato abbondantemente (e spesso fraudolentemente)
nel sec. XVII e XVIII, ma anche più recentemente durante gli
scavi per la posa del metanodotto, ma dei reperti di cui all' epoca
si è favoleggiato non è rimasta traccia localmente. Nel
periodo della colonizzazione romana gli antichi abitatori di Saticula
si dispersero nel territorio, fondando vari centri abitati sulla base
dell' appartenenza parentale: di questa occorrenza è rimasta
testimonianza nella ricorrenza toponomastica e nella cognominanza prevalente
nell' area della sua fondazione.
Alla tarda antichità (forse addirittura già al III sec.)
risale lo stabilimento di una sede vescovile presso la comunità
di cristiani di questi luoghi. La sede fu poi rimossa quando vi si stabilì
la colonia di Goti ariani.
L'origine dell' attuale toponimo di questa città non è
del tutto certa, ma stando alle cose concrete si deve ritenere che sia
legata al culto della martire catanese Agata, di cui erano devoti quei
Goti che, sconfitti e cacciati da Napoli nel 553, dichiaratisi servitori
del re Teodorico e convertitisi alla religione cristiana, in questo
luogo si trasferirono e vi fondarono una colonia. Va però anche
ricordato che i Goti ariani erano presenti in numero notevole in tutto
il Sannio, ed erano devoti a Maria Vergine e all' Assunta, agli Apostoli
Pietro e Paolo, al cui culto sono dedicate rispettivamente il Duomo
e la chiesa di San Pietro in località prossima al centro cittadino.
Ma, stando alla ricostruzione di alcuni studiosi, il culto locale alla
santa siciliana, di cui a reliquia si conserva un dito nel Duomo, deriva
più probabilmente da Capua, dove l' aveva introdotto San Germano.
Due chiese furono erette al culto della martire Agata tra il secolo
VI e VII: Sant' Agata de Marenis e Sant' Agata Sopraporta, entrambe
distrutte e mai più ricostruite. E' così molto probabile
che proprio queste chiese abbiano trasmesso il proprio nome all' intero
centro antico, con l' estensione dei Goti a significarne l' attribuzione
dell' edificazione.
Tuttavia, è anche da prendere in considerazione che la trascrizione
del toponimo possa avere subito modifiche estemporanee e approssimative,
e quindi può destare dei sospetti sulla sua reale significazione:
Sant' Agata dei Goti o Sant' Agata de' Goti? In molti documenti ufficiali
la trascrizione latina tramanda il toponimo "Sanctae Agathae Gothorum",
in cui il riferimento ai Goti è senza alcun dubbio certo. Significativo
poi è il plurale Sanctae Agathae, in riferimento forse alle due
chiese.
I Longobardi portarono a termine l' occupazione del Principato Ultra
(le provincie di Avellino e Benevento) tra il 570 e il 625, e andarono
ad installarsi nei siti gotici superstiti che avevano conservato una
sia pur minima struttura urbana, fra cui Benevento e Sant' Agata de'
Goti. Difatti, già dall' inizio del VII sec. la città
rientrava nel Ducato di Benevento, un cui duca, Radoaldo, (deceduto
nel 647) sarebbe stato tumulato con la sua famiglia nella chiesa di
Sant' Agata de Marenis: ne farebbe fede una lapide funeraria che vi
si sarebbe conservata fino al XVIII sec. e poi sparita da Sant' Agata.
Se si trattasse dello stesso Radoaldo, allora questi potrebbe essere
stato prima conte di Sant' Agata, e in tale veste salvato dall' intervento
di Bertario abate di Montecassino presso l' imperatore Ludovico. Tale
circostanza, e i resti di un Monastero benedettino, farebbero pensare
che la città sia anche entrata nell' influenza di Montecassino.
Le due chiese dedicate a sant' Agata, di culto ariano, non vennero più
ricostruite probabilmente perché si era già in fase di
pieno recupero del potere temporale della Chiesa Cattolica e del Papa.
Dai Goti in poi, il periodo cioè al quale generalmente risale
la fondazione di Sant' Agata, la città visse di tutte le vicende
storiche delle varie ondate migratorie dei popoli nordeuropei, e ne
subì i repentini e selvaggi passaggi di mano, gli improvvisi
avvicendamenti di dominio nonché improvvidi trasferimenti di
casato.
Della presenza dei Goti a Sant' Agata non è rimasta pressocché
traccia, se non qualche reperto architettonico riutilizzato nell' edificazione
delle chiese cittadine. Qualcosa di più è rimasta del
dominio longobardo nel Ducato di Benevento di cui Sant' Agata faceva
parte: da uno scritto di E. Berteaux si legge che "una delle colonne
della porta è appoggiata sopra un largo capitello capovolto,
decorato di losanghe tagliate a faccette, che può essere un avanzo
dell' edificio longobardo", e poi "un capitello a forma di
canestra con due ordini di strisce incurvate alla parte superiore può
essere appartenuto anch' esso alla chiesa longobarda". Elementi
di architettura longobarda sono stati rinvenuti recentemente anche nei
lavori di ristrutturazione della chiesa di Sant' Angelo de Munculanis,
come colonne e capitelli di gusto chiaramente longobardo.
Sull' odierno sito di Sant' Agata de' Goti non si sono trovate tracce
di interesse archeologico databili all' epoca romana o preromana; per
cui è da ritenere che il luogo abbia cominciato a diventare un
centro abitato nella fase avanzata della discesa dei popoli nordici
in Italia (intorno al VII-VIII secolo. ), e l' urbanizzazione dovette
avvenire in tempi abbastanza rapidi a causa dell' urgenza della sicurezza
della popolazione locale. Difatti, già nell' XI secolo veniva
edificata la chiesa di S. Menna, eretta su colonne di marmo con capitelli
di gusto altomedievale, pavimento musivo cosmatesco di pregevolissima
fattura (ma da alcune emergenze recenti si sospetta di una preesistenza
di edificio di culto religioso): la chiesa fu poi consacrata dal Papa
Pasquale II durante il passaggio per Sant' Agata, nel corso della sua
visita pastorale a Benevento, nel 1110. Evidentemente, in tale periodo
era ancora in costruzione la Chiesa Cattedrale, dedicata a SS. Maria
Vergine Assunta, più volte nei secoli rifabbricata e ristrutturata,
perdendo nelle calamità dei terremoti colonne, pavimento e arredi
originari. Molti degli elementi architettonici sia della chiesa di S.
Menna che del Duomo, come peraltro delle altre chiese cittadine, sono
di riutilizzo da fabbricati precedenti, forse di chiese più antiche,
se non di templi pagani.
Delle molte chiese edificate a partire dal VII-VIII secolo sono rimaste
al culto quattro-cinque; diverse andarono distrutte e mai più
ricostruite; un paio sono state deconsacrate e dedicate a funzioni museali
ed espositive. Tra il XII e il XIII secolo, vi fu a Sant' Agata un fervore
di culto religioso straordinario, che favorì l' edificazione
di molte altre chiese, cappelle e l' insediamento di Ordini Religiosi,
con i loro Monasteri, come l' Ordine francescano e l' Ordine dei Redentoristi,
di Sant' Alfonso Maria de' Liguori (vescovo dal 1762 al 1775). Che fu
grande vescovo della Diocesi di Sant' Agata, dottore della Chiesa, e
trasformò la Città in un piccolo grande centro di attività
religiose.
Nel periodo tra il X e XII sec. una nuova organizzazione sociale, basata
sulla signoria fondiaria, e la riorganizzazione pastorale-amministrativa
della Chiesa (diocesi e parrocchie) portò all' incastellamento.
Questi due processi andarono avanti di pari passo. E' più o meno
il periodo in cui cominciarono le autonomie locali, e in questo spirito
venne edificato anche a Sant' Agata il Castello: una mastodontica struttura
che ha sfidato il tempo e i terremoti. All' origine, il Castello santagatese
era circondato di quattro torri di difesa poste agli angoli, ma fu concepito
eminentemente per assolvere alle nuove funzioni amministrative e giuridiche
del feudo, nonché a residenza del signore. Una piccola reggia
feudale. Nel frattempo, il Principato di Benevento fu smembrato in Contee
e Gastaldati (IX sec.). Così, Sant' Agata de' Goti uscì
dall' influenza di Benevento (tranne che per la nomina dei vescovi)
e dopo un periodo di relativa stabilità subì la sorte
di passare di mano in continuazione, a seconda delle convenienze di
questo o quel feudatario. La città venne presa dai Longobardi,
poi fu concquistata dall' Imperatore Ludovico II (886), poi passò
ai Normanni, al Papa Gregorio IX. Appartenne a Bartolomeo Siginulfo,
conte di Caserta e al provenzale Isnard de Pontèves. Nel 1038
vi si rifugiò Pandolfo IV di Capua assieme al vescovo Basilio
di Montecassino, per sfuggire a Corrado II, e aiutato poi dai Bizantini
vi si difese per nove anni. Nel 1343 fu concessa a Carlo Artus, figlio
naturale di Roberto III d'Artois: il suo sarcofago di marmo artisticamente
rifinito si può vedere nella chiesa di S. Francesco. Dal 1400
in poi appartenne a varie famiglie feudali, tra cui gli Aquaviva, ai
Cosso, al Duca di Maddaloni Marzio Carafa, che la tenne fino all' eversione
dalla feudalità (1806) con le leggi di G. Murat.
Del periodo feudale, i secoli '400 e '700 furono particolarmente fervidi
di attività urbanistica, di recupero di chiese e cappelle, di
fondazione di monasteri; e inoltre furono i secoli in cui maggiormente
si esplicò una intensa e in qualche caso originaria esposizione
artistica, rivolta soprattutto al decoro delle molte chiese cittadine
e delle frazioni.
Nel Regno di Napoli la feudalità ebbe termine ufficialmente nel
1806, quando Il re G. Murat emanò le famose leggi di eversione
dal sistema feudale, leggi peraltro mai abolite nemmeno al ristabilimento
in Europa dell' assolutismo e del reinsediamento delle vecchie dinastie
monarchiche (1815). Finì quindi l' epoca dell' organizzazione
socio-economica fondata sulla feudalità ereditaria e ci si avviò
alla spartizione selvaggia delle terre, il cui possesso verrà
poi progressivamente regolato da leggi proprietarie. In quel periodo
signori di Sant' Agata erano i Carafa di Maddaloni, fra i maggiori feudatari
del Regno, che commissionarono degli affreschi nel Castello, forse a
T. Giaquinto.
Le leggi antifeudali del Murat ricalcavano e attualizzavano lo schema
politico del conservatorismo sociale di Napoleone, orientato al rafforzamento
dei ceti propietari terrieri, istintivamente portati al moderatismo,
anche estremo. Il feudo di Sant' Agata venne smembrato e finì
in proprietà, e in non pochi casi in appropriazione selvaggia,
di famiglie più o meno nobili, o della borghesia forense; anche
nelle campagne si affermò un vasto ceto di piccoli e medi proprietari
terrieri. In questo quadro, a Sant' Agata si andò formando una
stratificazione sociale politicamente imperniata sulla grande-media
proprietà. Dei restanti, tutti quelli che non si fecero preti
o sacrestani, finirono braccianti o cantinieri.
Tale era la situazione sociale di questa città all' indomani
dell' Unità d' Italia. Nel Regno di Napoli il regime dei Borboni
barcollava da tutte le parti, ma si opponeva pervicacemente a qualunque
proposta di unificazione nazionale. Si capì allora che solo attraverso
l' abbattimento della dinastia borbonica si sarebbe arrivati all' unità
nazionale e al superamento dei limiti di sviluppo del Meridione. A ciò
lavorava da tempo la borghesia (finta) rivoluzionaria di Napoli e del
Regno, in combutta con i Savoia. In tutta la Valle Caudina, oltre che
a Benevento, si andarono formando comitati insurrezionali, alla cui
organizzazione politica e paramilitare si distinse Giuseppe De Marco,
nome non nuovo anche a Sant' Agata. E stranamente, proprio a Sant' Agata,
che pure era uno dei centri più importanti della zona, non si
riuscì ad organizzare alcun comitato rivoluzionario, benché
qualcuno vi lavorasse e i sacerdoti del basso clero nascostamente vi
simpatizzassero. Addirittura, si fecero notare elementi che misero in
atto gesti apertamente filoborbonici e antirivoluzionari.
Nel corso dei secoli eventi catastrofici, quali terremoti (terribile
quello del 5 novembre 1456 che la rovinò tutta), incendi, e pestilenze
(il paese fu spopolato quasi per intero dalla peste del 1656) distrussero
più volte l' antico centro storico alto-medievale di Sant' Agata,
danneggiando gravemente il patrimonio documentale e testimoniale della
città, sicché adesso risulta difficile e precaria la ricostruzione
di alcuni periodi della sua storia. Alla distruzione e consunzione naturale
si aggiunse poi l' opera distruttiva di speculatori di rovine postsismiche
e, nell' estesa area archeologica dei dintorni, di scavatori di tombe
più o meno clandestini, che ha sconvolto un' antica necropoli
e siti di non ancora valutabile valore storico.
ECONOMIA
Olio, leggero e profumato quello delle colline adiacenti, un po' grasso
quello di campagna; vino, rossi e bianchi di grande sentore e retrogusti
fruttati; frutta (mele e ciliegie in special modo), ortaggi, cereali
e legumi. Nelle campagne santagatesi, fra le specialità di frutta,
si coltiva la mela annurca, prodotto che nel 2006 ha ottenuto il marchio
IGP (Indicazione gegrafica protetta). Il frutto, piccolo e schiacciato,
si caratterizza per le proprietà organolettiche: polpa bianca
compatta, acidula e profumata. Era già conosciuta e apprezzata
nell' antichità romana, e citata da Gaio Plinio Secondo noto
come Plinio Il Vecchio che nel suo Naturalis Historia ne localizza l'origine
nella zona di Pozzuoli; oggi la mela annurca viene coltivata in tutta
la Regione Campania. Qui operano molti centri agrituristici, ben gestiti
e ben organizzati, e qualcuno anche di notevole qualità; in città
operano bar, rosticcerie, ristoranti e posti di intrattenimento, tutti
di buona qualità.
DA
VEDERE
L'importanza della città è nel rappresentare un modello
di struttura urbanistica alto-medievale, conservata pressocché
integra, e di avere recuperato e ben conservato alcuni dei suoi monumenti
più antichi come i seguenti:
Il
Duomo- La sua fondazione risale al X sec., al periodo cioè in
cui Sant' Agata de' Goti ridivenne sede vescovile (970). E' stato più
volte riedificato o ristrutturato in sèguito alle distruzioni
sismiche, in cui è andata persa la maggior parte delle sue strutture
architettoniche, come le colonne di marmo verde e il pavimento musivo,
di cui rimane solo una porzione nel presbiterio. La cripta romanica,
restaurata di recente, mostra elementi architettonici di riutilizzo
da templi antecedenti, forse addirittura pagani. La facciata e l' atrio
sono allineati all' asse stradale più che all' orientamento della
chiesa, e sia l' una che l' altro sono costituiti di elementi architettonici
di recupero: probabilmente sono le uniche strutture originarie, rimaste
indenni attraverso i secoli e i terremoti. In realtà, l' atrio
è sempre stato sentito e usato dalla cittadinanza come una struttura
civica piuttosto che come pronao di luogo sacro.
S.Menna- E' la chiesa più antica di Sant' Agata (X sec.), ubicata
di fronte al Castello ma orientata longitudinalmente con l' abside a
nord. Fu costruita per ordine del conte Normanno Roberto figlio di Rainulfo
e fu consacrata nel settembre del 1114 da papa Pasquale II quando andò
a visitare Benevento. tale particolare si rileva da una lapide esistente
all'ingresso della chiesa, nel lato destro. Fino al XVII sec. conteneva
le reliquie di S. Menna, S. Brizio e S. Socio, spostate nel Duomo. La
chiesa ha un atrio con accesso laterale, all' interno tre navate su
due file di colonne, e pavimento a mosaico cosmatesco, fra i più
antichi dell' Italia meridionale anteriore di pochi anni a quello conservato
nel coro di S. Nicolò di Bari. Un' iscrizione marmorea a caratteri
bizantini inserita nel pavimento è databile al VI sec. e darebbe
corpo all' ipotesi di una preesistenza di edificio religioso del tardo
antico.L'archivolto della porta è lavorato a fogliame assai rigido
e porta alle due estremità due testine di leoni ed è del
tutto simile a quello esistente nel portico del Duomo. L'architettura
della Chiesa è identica a quella di certe chiese del Veneto di
Grado e di Aquilea e questo si spiega con l'occupazione di S.Agata da
parte dei Goti.
Il Castello- Originariamente pensato come fortezza militare, in sèguito
venne adattato a Palazzo Ducale, dimora patronale e sede di giurisdizione
quando Sant' Agata de' Goti divenne centro regio di giurisdizione. Fu
fatto costruire dal conte Roberto figlio di Rainulfo conte di Alife,
poi duca di Puglia. E' stato abitato dai principi della Real Casa di
Artois di Francia, dagli Acquaviva, dai Della Ratta, dai Carafa ed era
dimora preferita dai baroni dei luoghi circonvicini che vi si trattenevano
buona parte dell'anno. Sorge di fronte la chiesa di S. Menna e nella
parte orientale era collegato ad un grande parco (la zona conserva tuttora
tale nome) dove ferveva la caccia. E' sovrastato da una collina che
conserva l'antico nome di Guardia, da dove l'inquieto conte dominava
il piano sottostante onde prevenire le mosse dei nemici che si avvicinavano
alla fortezza. Esteriormente presenta un aspetto tozzo, e in origine
era munito di quattro torri angolari, di cui resta una adibita a carcere
mandamentale fino a pochi decenni addietro. Sorprende di questa torre
ex-carceraria la compattezza e finitezza stilistica; è sicuramente
di epoca posteriore, catalana o aragonese (XV sec.). Si presume che
le altre torri siano state spianate per liberare spazio in un luogo
già angusto. Lasciato per secoli all' abbandono per la parte
di spettanza comunale, e per l' altra parte al capriccio "architettonico"
di famiglie proprietarie, conserva sale e saloni affrescati con bella
mano. Era anche dotato di cappella palatina interna e di una chiesa
comitale esterna dedicata a S. Menna. Per essere plurisecolare, risulta
in sempiterna ristrutturazione. Uno degli ultimi proprietari fu l'avv.
Goffredo Viscardi.
La chiesa e palazzo S.Francesco
La chiesa dell' Annunziata Immagine:Santissima Annunziata.jpg/thumb/right/300px
Molte altre testimonianze e vestigie della sua storica originalità
sono visibili nel denso tessuto delle sue vie e vicoli, nonché
nel suo vasto comprensorio, esteso più di quello dello stesso
capoluogo Benevento. Esse sono costituite degli innumerevoli frammenti
incastonati nei palazzi signorili e case comuni, oltre che nei vari
edifici pubblici. Altre rovine, come ad esempio quelle di un antichissimo
monastero benedettino, si trovano nei pressi immediati del centro storico.