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Quarto
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FORMAZIONE DELLA PIANA DI QUARTO Secondo
lo studioso Giuseppe De Lorenzo (che suddivise la formazione geologica
flegrea in 3 periodi) lorigine della Piana di Quarto risalirebbe
al 3° Periodo Flegreo (circa 11.000 anni fa) caratterizzato da eruzioni
ed esplosioni subaeree di materiale frammentario: ovvero, dopo un'esplosione
che squarciò la precedente compagine di tufo giallo, si sarebbe
creato un cratere contornato dal materiale eruttato. ETIMOLOGIA STORIA
E ORIGINI DA
VEDERE la
"Pietra Bianca" che era un cimitero Romano del medioevo oppure
il punto di ristoro.
ARCHEOLOGIA Se è vero che furono i romani a fondare Quarto, è pur vero (come testimonia il ritrovamento di tracce preistoriche e suppellettili risalenti all'Età del bronzo medio nelle zone collinari e in località San Petrillo) che il suo territorio aveva già precedentemente un ruolo di discreta importanza; ciò probabilmente anche grazie alla vicinanza con Cuma. Come suddetto, Quarto fu fondata dai romani e proprio questi ultimi vi lasciarono evidenti tracce della loro presenza. Basti pensare alle grandi opere infrastrutturali realizzate sul territorio. Tra i luoghi più suggestivi dell'area archeologica di Quarto vi è la Necropoli di Via Brindisi che ospita il caratteristico Mausoleo a cuspide piramidale, volgarmente noto come "Fescina". La
Necropoli di Via Brindisi La struttura più antica è il monumentale mausoleo a cuspide piramidale con la recinzione ad esso pertinente. Attraverso un varco alle spalle del monumento è possibile accedere al recinto, originariamente chiuso, in cui si rinvennero tracce di incinerazioni, urne, anfore con resti di inumati e tombe a cappuccina che documentano la continuità d'uso della necropoli fino ad epoca tarda. Anche nell'area del recinto maggiore vennero alla luce sepolture ad inumazione. Nell'antichità tali spazi recintati erano detti ustrinae perché destinati soprattutto alla cremazione dei defunti. La camera superiore presenta un ingresso ad arco, visibile non appena si giunge nella zona archeologica: esso è posto a circa 1 metro di altezza dall'attuale piano di campagna e, dal momento che non esiste traccia di una rampa di accesso, si deve ipotizzare in antico l'utilizzo di scale mobili in legno. Si tratta di un colombario a pianta quadrangolare esternamente cilindrico, con volta a botte e dotato di cinque nicchie, molto danneggiato dall'utilizzo prolungato da parte dei contadini del luogo. Questo ambiente è più piccolo rispetto al vano ipogeo posto al di sotto di esso, sia per dimensioni che per il numero di nicchie ricavate nelle pareti, tutte con tracce d'intonaco, due a pianta quadrangolare nelle pareti laterali, ed una a pianta semicircolare nella parete di fondo. Il taglio nell'attuale piano pavimentale è stato praticato in epoca moderna per accedere all'ipogeo. La copertura del mausoleo è una cuspide piramidale a pianta esagonale, con due camere di alleggerimento, la cui tipologia non trova facili riscontri in ambito flegreo e campano, ma è diffusa invece in ambito microasiatico e alessandrino. Il prototipo architettonico è rappresentato dal celebre mausoleo d'Alicarnasso del IV sec. a. C. (alto basamento rettangolare sormontato da una peristasi coronata da piramide a gradini), che influenzò numerosi monumenti minori in epoche successive; la ripresa di tale modello nel monumento di Quarto sembra rientrare in un attardamento di tale tradizione. Questo fenomeno ben si colloca nel quadro dei frequenti scambi di natura commerciale e culturale fra Puteoli - divenuta il grande porto di Roma nella prima età imperiale e nel cui ambito territoriale rientrava la piana di Quarto - e il mondo orientale. Sul retro del monumento, una scala moderna conduce all'ingresso del dromos, un corridoio coperto a volta, attraverso il quale si accedeva al vano sotterraneo situato all'interno del basamento quadrangolare. Il dromos, nella sua forma attuale, è il risultato di tre interventi costruttivi, come si evince da un esame della superficie esterna della sua copertura, separata in tre parti di differente tecnica edilizia. Inizialmente esso era coperto da una piccola volta a botte solo nella parte adiacente al basamento. Successivamente, anche un primo tratto del dromos venne dotato di copertura a volta, contemporanea alla realizzazione del recinto del mausoleo e non interamente conservata poiché tagliata all'altezza dell'arco; in base a questo particolare, si deve supporre un camminamento più lungo dell'attuale, che probabilmente doveva correre al di sotto di un asse viario situato in quest'area, sebbene non ancora individuato con certezza. Infine, anche la zona intermedia venne ricoperta in opera cementizia di sommaria esecuzione. Attraverso una piccola rampa di scale ed un ingresso ad arco si accede all'ipogeo vero e proprio, un ambiente quadrangolare con volta a botte, interamente intonacato, con 11 nicchie a pianta semicircolare sulle pareti cui si appoggiano tre letti con pulvini per i pasti rituali; due feritoie illuminano il vano dall'alto. L'ambiente è soggetto a frequenti allagamenti durante la stagione invernale. Sul retro del mausoleo, lungo questo ipotetico asse viario, sulla sinistra, si incontrano altri due spazi recintati, privi di un varco di accesso, destinati probabilmente anch'essi a funzioni funerarie (agri religiosi). Appena oltre, è possibile accedere al grande recinto (maceria), che ingloba tutto il complesso, attraverso una soglia di pietra lavica con chiare tracce di tardi rimaneggiamenti che hanno comportato anche un innalzamento del livello di calpestio. Giunti all'interno, sulla sinistra, realizzato in uno spazio di risulta, si incontra un piccolo ambiente intonacato a pianta trapezoidale, pavimentato in cocciopesto, oggi quasi del tutto privo dell'originaria copertura (sono visibili sul fondo tracce dell'imposta di una volta). Per la sua struttura potrebbe avere avuto funzione di edicola. Procedendo si giunge di fronte a un triclinio all'aperto, costituito da una mensa centrale di forma rettangolare e da tre letti a sezione trapezoidale su tre lati, sistemato a ridosso del recinto e destinato ai banchetti funebri. È noto infatti che negli anniversari della morte o nelle celebrazioni commemorative dei defunti come il dies violae (22 marzo) e il dies rosae (21 maggio) si consumavano pasti funebri rituali in appositi triclini, costruiti negli spazi antistanti il sepolcro, o all'interno del monumento stesso, oppure su banconi e sedili di muratura eretti lungo le facciate. Il triclinio appartiene all'ultima fase del complesso, quando la costruzione del mausoleo "M" e del triclinio stesso comportò un ampliamento e la distruzione di una precedente recinzione. Il mausoleo posto accanto al triclinio presenta, proprio sul fronte, la scala di accesso al piano superiore e all'ipogeo e, affiancate alla scala, due grosse nicchie, la cui funzione, connessa evidentemente all'utilizzo del triclinio, doveva essere di ripostiglio per suppellettili. Dal solaio (non è ricostruibile l'assetto originario del piano superiore) si scendeva nel vano ipogeo attraverso una scala a doppia rampa. L'ambiente, a pianta quadrangolare e con volta a botte, presenta su tre pareti 15 nicchie distribuite variamente su uno o due ordini; un'altra nicchia è ricavata sulla volta di costruzione della scala. L'illuminazione era garantita da due feritoie che si aprivano su pareti adiacenti. Di fronte e con orientamento opposto, il mausoleo "N" presenta un basamento a pianta rettangolare, al cui lato lungo si appoggia la scala che conduceva al livello superiore. Di quest'ultimo pochi sono gli elementi conservati, poiché le pareti sono quasi completamente rasate. Sulla facciata principale, poi, è possibile notare, all'estrema destra, i resti di un'ulteriore scala, funzionale esclusivamente all'accesso all'ipogeo. Il prospetto del monumento mostra inoltre una panchina e tre avancorpi, disposti ai due lati e pressappoco nella zona mediana, con probabile funzione di sostegno di elementi verticali quali pilastri o colonne, che dovevano abbellire il fronte dell'edificio. Anche in questo caso, dal pavimento del piano superiore si scendeva nell'ipogeo tramite una scala a doppia rampa. Tale ambiente, con volta a botte, analogamente agli ipogei già descritti, presenta una pianta quadrangolare, e riceve luce da due feritoie. Delle ventidue nicchie, distibuite in due ordini, due, interamente in stucco, sono del tipo ad edicola, ricavate su pareti opposte ed inquadrate da un architrave ed un timpano sorretti da due lesene.
Si tratta di un profondo taglio (interessante per le sue dimensioni, effettuato probabilmente già in età repubblicana, attraverso l'orlo meridionale del cratere di Quarto) nella collina tra la Piana Campana e la Piana di Quarto, realizzato al fine di permettere il passaggio della Via Consolare Campana. Il taglio del monte è un'opera abbastanza ardita e per la realizzazione fu necessario lo sbancamento delle ultime propaggini del monte Gauro. Il taglio è largo nella parte superiore 78 metri ed è alto 50 metri. Presenta una lunghezza di 290 metri, furono costruiti sui due lati, mura di sostegno con l'opus reticulatum (di cui tuttoggi restano visibili alcune sezioni) e successivamente ristrutturato in opus listatum. Nella parte centrale di tale muratura è visibile, in alto, l'accenno ad un incurvatura che fa pensare a ciò che resta di un arco destinato a sostenere la spinta laterale del terreno. Per la sua realizzazione furono rimossi non meno di 220 mila metri cubi di terreno. Il manufatto ha resistito a tutti i collaudi a cui è stato sottoposto lungo l'arco dei secoli e il sisma del 1980 non ha nemmeno sfiorato le attuali strutture.
Santa Maria Libera Nos a Scandalis Questa Parrocchia è dedicata alla Madonna, sotto il titolo di "S. Maria Libera Nos a Scandalis. L'antico titolo "De Scandulis o Ad Scandula potrebbe derivare dal latino ecclesiastico "Scandulum" cioè Inciampo, trappola", quindi è possibile che nel luogo in cui sorgeva l'antica Chiesa c'era qualche piccolo promontorio o residui vulcani che erano dinciampo. Questa Chiesa è stata, per ironia della sorte, al centro di una lunga lite gíurisdizionale tra le diocesi di Pozzuoli e di Napoli, le quali per più di due secoli (1658 1882) mirarono alla potestà su di essa. Le prime notizie comunque, risalgono al XIII secolo e riguardano la sua consacrazione, avvenuta nel 1243, ad opera del vescovo puteolano Pietro, come si poteva leggere ancora sul finire del XVII secolo in un' epigrafe del 1245 posta nella chiesa, ma andata perduta. Si pensa comunque che essa sorse sul sito di una cappella più antica. Se nulla sappiamo sulle sorti della Chiesa per il XIV XV secolo, qualcosa trapela per la seconda metà del '500, quando, avviandosi la trasformazione agricola del piano di Quarto, i vescovì puteolani provvidero a mandarvi sacerdotì con il titolo di rettori per l'assistenza ai contadini maranesi, che lì andavano stanziandosi. Nel 1627 il vescovo di Pozzuolí.Lorenzo Mangioio concesse la Chiesa ai frati Agostiniani Coloriti. che eressero un conventino attiguo ad essa e dimorarono in questo per 26 anni, fino a.. quando esso fu soppresso perché Papa Innocenzo X emanò una Bolla il 15 ottobre 1652 con la quale abolì i piccoli conventi. La chiesa fu poi data in custodia a degli eremiti e le cure religiose furono affidate a cappellani inviati dalla curia puteolana. Il primo dissidio tra la civica amministrazione di Marano e la diocesi di Pozzuoli sorse dopo qualche anno, quando nel 1658 lErario di Marano Francesco Di Lauro, spediva soldati armati e si impadroniva delle chiavi della chiesa minacciando gli eremiti che vi erano a custodia di cacciarli ove avessero fatto celebrare Messa ai preti dì Pozzuoli. per questo riprovevole episodio;il vescovo puteolano G.B.Campagna si rivolse alla Camera Apostolica,la quale nello stesso anno ernise un mandato affinché non fosse più turbato il pacifico possesso della diocesi di Pozzuolì sulla Chiesa di S.Maria. Il Di Lauro, fu scomunicato per quei fatti dal vescovo Campagna, e andò a porsi sotto la protezione dallarcivescovo di Napoli, asserendo di aver difeso solo i diritti di costui, in quanto la chiesa di Quarto rientrava nella giurisdizione della diocesi napoletana. Essa infatti avanzava pretese di giurisdizione sulla chiesa di Quarto, in quanto il villaggio apparteneva territorialmente al casale di Marano, la cui parrocchia rientrava tra quelle della diocesi di Napoli. A sostegno di quanto detto è da scrivere un ulteriore episodio, la cui gravità fu di ben lunga superiore al primo. Nel 1698 un certo canonico di Martino napoletano fece pubblicamente distruggere i due epitaffi di marmo, e subitamente furono messi nel carro e trasportati nella casa del Parroco di Marano D. Antonio Mojo. Le epigrafi asportate ossia quella relativa alla consacrazione della chiesa (1243) e laltra riguardante la concessione ai Coloriti (1627) facevano riferimento alla giurisdizione del vescovo di Pozzuoli sulla chiesa di S. Maria. Questi due testi, quindi, erano un serio impedimento alle mire della diocesi napoletana. Denunzie e proteste dell episcopato puteolano a nulla valsero sul piano pratico. La chiesa di S. Maria fu da allora amministrata dal casale di Marano che ne affidò la cura a dei governatori laici (mastri). Costoro si occupavano sia degli aspetti religiosi, provvedendo allinvio periodico di un cappellano, sia degli aspetti veramente pratici, come la cura delledificio, lamministrazione delle poche rendite e la raccolta delle offerte. Nei primi anni del XVIII secolo venne a crearsi una nuova situazione. Gli Agostiniani Coloriti ricevettero in donazione una Massaria, di moggia, 49 circa con case, camere, ed altre abitazioni esposta nel luogo detto il Pantaleo, a condizione che questi ultimi rientrassero al conventivo di Quarto. Il ritorno dei Coloriti fu ben gradito ai quartesi, poiché i mastri non riuscivano più a sopperire ai bisogni spirituali di questi e alle sempre maggiori cure della malandata Chiesa richiedeva. In seguito al ritorno dei Coloriti a Quarto nel 1704, il sindaco di Marano, Andrea Catone, presentò memoriale al consiglio collaterale per ottenere il riaffidamento della chiesa ai Coloriti. Il 12 dicembre di quellanno alcuni deputati eletti dal casale di Marano e il procuratore della congregazione degli Agostiniani Coloriti, stipularono latto di cessione. Ma avendo il Papa Benedetto XIV abolito la suddetta congregazione, i frati nel 1753 lasciarono definitivamente il sito. Il delegato apostolico Celestino Galiani su sollecitazione del vescovo puteolano Nicola De Rosa, diede in affidamento a questultimo la chiesa con lannesso convento. La questione però non terminò qui, poiché la Curia napoletana interpretò il decreto non riconoscendo al vescovo puteolano della sola commenda (ossia cura della chiesa) e non anche della giurisdizione. Nel 1778 il parroco di Marano, Pasquale Carannante, credette di porre fine alla lite affidando il giudizio sulla controversia al re di Napoli. Questi quindi dispose che larcivescovo di Napoli inviasse sacerdoti della terra di Marano e chiese al vescovo di Pozzuoli di dare a ciò il suo consenso senza pregiudizio delle sue ragioni. Carlo Maria Rosini, eletto vescovo di Pozzuoli nel 1797 riprese con maggiore ardore dei suoi predecessori la difesa dei diritti della sua diocesi sulla chiesa. Pertanto ritenendo che a lui spettasse la giurisdizione sulla chiesa in quanto succursale della Parrocchia di Pianura, inviò a Quarto dei sui sacerdoti. Costoro, però furono fatti oggetto di violente proteste da parte degli abitanti, sobillati dal clero di Marano. La Giunta Ecclesiastica, in seguito si pronunziò affidando la giurisdizione della chiesa alla curia di Pozzuoli. Ma la lite che sembrava essersi placata fu invece ripresa nel 1876 quando il vescovo puteolano Gennaro De Vivo fece collocare il fonte battesimale nella chiesa, in quanto era molta la distanza del villaggio della parrocchia di Pianura. In effetti lo scopo era quello di evitare che i quartesi potessero battezzare i loro nati nella chiesa parrocchiale di Marano dato che essi avevano doppia residenza. Finalmente il 17 giugno del 1888 dopo lunghi ed estenuanti dibattimenti la S. Congregazione del Concilio emanò la sentenza con la quale aggiudicò tutto il territorio di Quarto al vescovo di Pozzuoli, ponendo fine alla secolare lite. Attualmente la Chiesa è retta dai Padri Vocazionisti.
S.S. Pietro e Paolo
Festa
di S. Maria Libera nos a scandalis [modifica] Festa
dei Santi Pietro e Paolo Festa
di San Castrese Festa
di S. Antonio Via
Crucis Vivente |
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