Cava
de' Tirreni è una città di 53.314 abitanti in provincia
di Salerno, seconda per popolazione dopo il capoluogo. La città
di Cava de' Tirreni sorge a ridosso del Mar Tirreno, a 5 km nell'entroterra
di spalle alla Costiera Amalfitana, rappresentandone in pratica la porta
nord. L'abitato centrale si sviluppa nella vallata formata dai Monti
Lattari ad ovest (che la separano appunto dalla Costiera) ed i Monti
Picentini ad est. Ciononostante, le colline che la circondano in ogni
direzione si rivelano amene località di residenza per molti dei
cittadini. Essa confina a nord con i Comuni di Nocera Superiore, Roccapiemonte
e Mercato San Severino, ad est con quelli di Baronissi, Pellezzano e
Salerno, a sud con Vietri sul Mare e Maiori, ad ovest con Tramonti.
La città funge da cerniera tra l'area geografica dell'agro nocerino
sarnese (morfologia pianeggiante ed economia agricola e industriale)
e quella della penisola sorrentina-amalfitana (morfologia montuosa ed
economia di tipo turistica). La vallata di Cava de' Tirreni (198 mt
sul mare ca.) separa, dunque, due gruppi montuosi: ad est Monti Picentini,
prevalentemente dolomitici, (M.te Caruso, M.te Sant'Adiutore, M.te Castello,
M.te Stella, M.te San Liberatore e Colle Croce); ad ovest Monti Lattari,
prevalentemente carbonatici (M.te Finestra, M.te Sant'Angelo, M.te San
Marino e M.te Crocella). La cima più alta è costituita
da Monte Finestra. Il clima è tipicamente mediterraneo, caratterizzato
da inverni miti ed estati con piogge scarse: le caratteristiche orografiche
del territorio (come si è detto in precedenza, Cava è
chiusa fra i Picentini ed i Lattari) fanno però sì che
la città, seppur protetta dai venti per mezzo dei monti che la
circondano, sia colpita leggermente più frequentemente da piogge
rispetto alla vicina costa.
FRAZIONI
Castagneto: La località deve il suo nome ai numerosi castagneti
nei pressi dell'abitato, e sorge sulla strada che da Cava porta a Dragonea.
Croce: Sorge in collina, vicino all'omonima frazione di Salerno (sulla
strada verso il Castello Arechi), ed al bivio con la strada per Pellezzano.
Pianesi: Vi si trovano la chiesetta di San Gabriele ai Pianesi,la maestosa
e gloriosa Villa Rende in fase di ricostruzione, e un monumento dedicato
a padre Pio.
Pregiato: Frazione situata ad est del centro abitato, oltre la ferrovia,
conosciuta localmente per la lavorazione del tabacco.
San Giuseppe al Pozzo: Popolosa frazione situata sulla SS18, è
situata vicino al confine comunale con Nocera Superiore ed allo svincolo
autostradale cavese.
Santa Lucia: Maggiore frazione comunale per popolosità, situata
alle pendici del parco del monte Diecimari.
Santa Maria del Rovo: Frazione situata a nord-est di Cava, in essa sorge
una chiesetta omonima del 1830.
DA
VEDERE
Monte Castello: il castello medievale, sede di un'antica fortezza ed
indiscusso protagonista di una delle più celebrate feste cittadine,
domina la vallata di Cava de' Tirreni.
Parco Naturale Diecimare: il Parco Diecimare, in gestione ai comuni
di Cava de' Tirreni, Baronissi, Mercato San Severino ed al WWF, si estende
per 444 ettari, includendo i rilievi di Monte Caruso, di Forcella della
Cava (852 m s.l.m.), parzialmente di Poggio e Monte Cuculo e il Montagnone.
Geologicamente il Parco può essere diviso in due aree: Monte
Caruso (calcari) e Forcella della Cava (dolomie e calcari dolomitici).
Centro storico di Cava: il borgo originario, nucleo della città
di Cava, caratterizzato dai portici che ancora oggi si snodano lungo
tutto il corso, accompagnando lo shopping cittadino e la vita notturna.
I villaggi: circondata da colline, Cava è ricca di frazioni che
sono ancora oggi un simbolo di conciliazione tra opere umane e natura.
Oltre ad offrire panorami mozzafiato, come lo scorcio del Mar Tirreno
lungo le forme di San Liberatore ed addirittura, in lontananza, il Golfo
di Napoli dal Parco Diecimare, esse si rivelano ottimi luoghi dove passeggiare,
correre e dedicare un po' di tempo al puro relax.
Itinerari d'ambiente: comode strade collegano Cava de' Tirreni ai villaggi
ed ai casali della Valle Metelliana offrendo in tal modo occasione per
escursioni naturalistiche. Tonificanti passeggiate a piedi vengono organizzate
nel corso dell'anno, raggiungendo la Valle di S. Liberatore, il piccolo
villaggio di Croce, l'Annunziata, S. Maria a Toro, la Pineta "La
serra", Arco, Borrello, Campitello, S. Anna, l'eremo di San Martino,
le Grotte del Bonea, l'eremo dell'Avvocata (che domina Maiori e la Costiera
Amalfitana).
Villa Comunale: la villa adiacente al municipio è un polmone
nel cuore della città, luogo di ritrovo e svago per cittadini
e turisti. Borgo Scacciaventi: le superbe facciate delle residenze storiche
quattrocentesche e settecentesche, sulle quali è possibile leggere
inconfondibili tratti di barocco e architetture durazzesche e tardocatalane,
conferiscono al Borgo Scacciaventi quella nobiltà ed importanza
politica, storica, culturale ed economica che la città ebbe dal
1400 in avanti. In più esso è sede del commercio e dell'artigianato
di giorno e di nights, pubs, american bars e ristoranti di notte.
Badia della Santissima Trinità: essa è il simbolo stesso
di Cava, il suo maggior monumento e gloria. Sorge alle pendici del Monte
Finestra, sotto l'immensa cava arsicia, e fu fondata nel 1011 da S.
Alferio Pappacarbone, che ne fu anche primo abate. L'attuale facciata
risale alla seconda metà del '700. La Cupola, il Coro e la Traversa
furono affrescati nell'800 da Vincenzo Morani. Di notevole interesse:
l'Ambone con mosaico del XII secolo; i due bassorilievi rinascimentali
raffiguranti S. Matteo e S. Felicita; l'Altare seicentesco in marmi
policromi della Cappella del Sacramento; la Grotta di S. Alferio con
l'urna che ne custodisce le reliquie e resti di affreschi parietali
del XIV sec.; la Sagrestia, cui si accede da un portale rinascimentale,
arredata con stigli del '700; il Chiostro Romanico (XIII sec.), ornato
da sarcofaghi di epoca romana; la vasta sala adibita a Museo; la Biblioteca,
che custodisce più di 50.000 volumi, con numerosissimi incunaboli
ed importantissime edizioni cinquecentine; l'Archivio, che contiene
preziosi codici e manoscritti, più di 15.000 pergamene e una
considerevole quantità di documenti. Il testo integrale dei documenti
datati dal 792 al 1065 è pubblicato nei volumi del Codex Diplomaticus
Cavensis.
Palazzo di Città di Cava de' Tirreni (ex Teatro G. Verdi): il
progetto del teatro di Cava fu elaborato dall'architetto Lorenzo Gelanzé
poco dopo l'abbattimento del precedente teatro, avvenuto nell'aprile
1860. A causa di stime sbagliate sul costo dell'opera, il costruttore
dell'epoca, il Sig. Andrea Maddaloni di Napoli, bloccò i lavori
e, nonostante dal lato giuridico i cavesi avevano ragione, motivi umani
e morali militavano a favore dell'appaltatore, il quale aveva già
speso il doppio dei 10.822,60 Ducati (45.994,90 Lire) che sarebbe dovuta
costare l'opera. Fu così che la Corte d'Appello di Napoli, al
contrario del Tribunale di Salerno, diede ragione al costruttore e,
solo dopo anni di immobilità, il 26 ottobre 1875, l'architetto
Fausto Niccolini presentò un nuovo progetto con un preventivo
di Lire 52.956 ed i lavori furono ultimati il 2 ottobre 1878. La denominazione
di "Teatro Municipale" che splendette sul frontone nel giorno
dell'inaugurazione, avvenuta nel 1879, fu mutata in Teatro Verdi alla
morte del grande musicista, nel 1901. Poi le cose peggiorarono: al "Verdi"
per vari anni toccò la sorte dello stivale di Giuseppe Giusti,
e per poco non divenne bivacco degli squadristi, quando fu concesso
al Fascio locale per esercitazioni. Ultima degradazione: il freddo lenzuolo
del cinema muto al posto del pittoresco sipario. Dopo alcuni anni esso
fu trasformato nella nuova sede del Comune.
Duomo di Cava de' Tirreni: nel 1517 iniziò la costruzione del
Duomo, che fu aperto nel 1571. Gravemente danneggiato dal sisma del
1980, è stato riconsegnato alla cittadinanza negli ultimi anni.
Castrum S. Adjutoris - Castello di S. Adiutore: l'importanza strategica
della collina su cui sorge il castello, posta a cavallo delle due strade
che conducevano a Salerno, non sfuggì ai Principi Longobardi,
i quali, perciò, vi edificarono una fortezza, che dovette essere
un bell'esemplare di architettura militare nella quale i discendenti
di Alboino si distinsero. Per renderla più efficiente, la fecero
caposaldo di una serie di torri, terrapieni e mura che, attraversando
la Serra, Borrello e Campitello, si attestava ad Arco, per dove passava
la "via Maggiore". Questo schieramento difensivo fu prima
denominato "Castrum Salerno", poi "Castrum Sancti Adiutoris",
dal Santo che aveva dato il nome alla plaga circostante. Ma fin dal
1500 prevalse il termine generico di "Castello". L'aggirarsi
della flotta turca per il Tirreno mise in stato di emergenza il Viceré
di Napoli, il quale fu notificato ai paesi costieri, e a "La Cava",
con i consueti richiami alla fedeltà e allo spirito guerriero
dei Cavesi. "Che lo Sindaco facza conzare le porte del Castello
e del Corpo di Cava, del che se ne da piso al Corpo de la Cava Messere
Antonio Longo et al Castello Messer Antonio De Falco". Incerta
è la data di nascita del Castello, ma essa fu anteriore al Mille,
essendo menzionato nei noti diplomi di donazioni alla Badia del 1035
e del 1058. Quale importanza acquistasse il caposaldo con le sue propaggini
lo prova il fatto che il diploma di Gisulfo, col quale tutto il territorio
della valle metelliana veniva concesso in feudo al Monastero della SS.
Trinità, faceva eccezione della fortezza di S. Adiutore: excepta
fortelitia dicti castri. Ovviamente il Principe lo volle conservare
nella sua dipendenza per la difesa della strada principale che conduceva
a Salerno ed anche perché la zona costituiva un'importante posizione
militare. Infatti, la rocca fece buona guardia e portò un contributo
non indifferente a quel periodo di pace e di sicurezza di cui godette
il travagliato Principato, in seguito alla Battaglia di Garigliano del
912, com la quale perdettero di virulenza o cessarono le incursioni
dei Saraceni. Degna di ricordo è poi la partecipazione valida
ed efficace alla guerra combattuta, nel 1527, fra Carlo V e la Lega
Papa-Veneziani-Francesi. Quando il Capo della Lega, Valdemont, sbarcato
a Salerno, tentò di passare per Cava per andare a Napoli, che
era sguarnita di forze essendo assente Carlo V, i cannoni del Castello
e i 500 archibugi cavesi impedirono il passaggio. Poi i Cavesi rioccuparono
Salerno. Questo aiuto fu ricordato a Carlo V con queste parole: "Cum,
anno praeterito 1527, hostes Vestrae Caesareae Maiestatis, navali expeditione
Civitatem Salerni, invaserunt, homines et cives ipsi viriliter pugnaverunt,
morte et vulneribus multorum, quod fuit causa ne hostes procederent".
Il Castello, erroneamente ritenuto caposaldo dell'artiglieria tedesca
durante la Seconda Guerra Mondiale, venne raso al suolo dal lancio di
bombe da parte di cacciabombardieri anglo-americani. Dal Castello, ogni
estate, avviene un eccezionale spettacolo pirotecnico con cui si chiudono
i festeggiamenti in ricordo del miracolo che, nel 1656, salvò
Cava dalla peste.
Santa Maria del Quadruviale: chiamata così perché situata
nei pressi di un quadrivio. La cinquecentesca facciata e il campanile
a sei ordini con il cupolino ricoperto di maiolica, arricchito di elementi
scultorei, rappresentano un valido esempio di quell'architettura rinascimentale,
opera dei noti mastri muratori de "La Cava". Edificata intorno
al 1383, prese la forma attuale alla fine del '500. Attiguo è
l'oratorio dell'omonima congregazione con stalli lignei e soffitto finemente
dipinto. Nei locali sottostanti vi era anche un ospizio per i pellegrini,
poiché nei pressi passava l'importante Via Maggiore. Ancora oggi
possiamo ripercorrere tratti di quell'antica strada, se vogliamo raggiungere
da qui Salerno valicando i monti.
San Pietro: la chiesa, dedicata agli Apostoli Pietro e Paolo, detta
comunemente di San Pietro a Siepi, risale all'XI secolo ed è
tra le più importanti e meglio conservate. Rifatta nel '700,
presenta nella facciata lineare un portale del 1710 con affreschi laterali.
All'interno si ammira un soffitto a cassettoni, risalente al XVIII secolo,
e, nella cappella a destra dell'altare maggiore, un Crocifisso datato
1689, realizzato dallo scultore Giacomo Colombo. Nelle cappelle laterali
si notano alcune sculture e vari stemmi gentilizi; nella sacrestia si
conservano bassorilievi in marmo di pregevole fattura, opera, nel XVI
secolo, dello scultore cavese Ambrogio della Monica; nelle stanze attigue
un museo contiene opere di grande pregio.
Chiesa e Convento di S. Francesco e S. Antonio: fondati nel 1544 conserva
22 manoscritti (4 codici miniati e 18 corali), 15.000 volumi ed opuscoli
(4 incunaboli, 320) 106 periodici. La chiesa, un tempo dedicata a Santa
Maria di Gesù e oggi a San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio
di Padova, ha subito più volte danni, causati da vari eventi
bellici e naturali. Il terremoto del 1980 l'ha quasi rasa al suolo:
si sono salvati la facciata assieme al bel campanile del 1571, forse
di Pignoloso Cafaro, che sfiora i 36 metri di altezza (fino al 1694,
quando li perse a causa di un altro sisma, aveva altri due ordini);
la zona del transetto e la sacrestia. Quest'ultima è stata affrescata
probabilmente da un pittore della bottega del Corenzio, ai primi del
Seicento. Il transetto è ricco di decorazioni: vi sono i resti
di affreschi di Francesco Autoriello del 1862; un altare marmoreo del
XVIII secolo; varie opere scultoree di ottima fattura; un coro ligneo
del 1534 opera di Giovan Marino Vitale; un potente organo del 1960 da
poco riattivato. Nella zona ancora semidistrutta si conserva il monumento
funebre del 1668 del generale Pietro Carola; sulla facciata principale,
invece, si possono ammirare ancora il portale e i battenti lignei del
1528, realizzati da Giovan Marino Vitale e Marcantonio Ferrari. I francescani,
quando accettarono nel 1450 la donazione del suolo dove, a partire dal
1942, furono eretti la chiesa e il convento, mostrarono un notevole
acume nella scelta di un luogo con buone prospettive di sviluppo: il
loro Ordine si insediava spesso in zone destinate ad una futura espansione.
Nel XVI secolo essi ospitarono riunioni del parlamento comunale e, non
a caso, chiesa e convento erano tra gli ambienti più amati e
abbondavano di stemmi della città: vi era perfino la tradizione
che il sindaco e gli eletti si riunissero lì per la prima volta
la domenica delle Palme e ottenessero una solenne benedizione. Il nuovo
convento, progettato dall'ingegner Giuseppe Salsano nel 1931, ospita
l'allestimento di un celebre presepio ed è dotato di ambienti
adibiti a biblioteca con antichi volumi e preziose opere d'arte, tra
le quali spiccano quelle attribuite ad Andrea Sabatini e Michelangelo
Naccherino e un dipinto di grandi dimensioni di Giuseppe Guerra, allievo
del Solimena, che raffigura l'Ultima Cena. Il santuario è in
rapida ricostruzione da alcuni anni.
APPUNTAMENTI
Festa
di Montecastello
Una delle più importanti manifestazioni religiose e folkloristiche
della città di Cava de' Tirreni, e sicuramente fra le più
sentite, è la "Festa di Montecastello". Essa ha luogo
ogni anno dal lontano 1656, anno in cui la città e la popolazione
cavese furono devastate da una cruenta pestilenza. I parroci della frazione
Annunziata, nell'ottava del Corpus Domini, organizzarono con i fedeli,
ormai in ginocchio, una processione dalla chiesa fin sul Monte Castello,
collina che sovrasta la vallata metelliana, dal quale invocarono la
benedizione di Dio sulla città e sui cavesi. L'epidemia finì
ed i cavesi, devoti, di anno in anno, nei secoli, rinnovano la processione
in segno di gratitudine per la grazia ricevuta. Uno dei principali simboli
della Festa di Montecastello è costituito dal pistone: un'arma
del XVI secolo (conosciuta anche come archibugio). L'arma, nei secoli,
ha perso la sua identità come strumento di guerra diventando
invece strumento di "gioia": i cavesi sono soliti esplodere
colpi a salve dal Monte Castello per celebrare la Festa e la cessazione
della pestilenza. Accanto all'aspetto religioso, nel corso degli anni,
la festa si è arricchita di avvenimenti folkloristici: in quest'ottica
sono nati i gruppi pistonieri (o anche trombonieri) ed i gruppi sbandieratori,
che con le loro divise d'epoca ed i giochi di bandiera rallegrano le
giornate della Festa. Un altro appuntamento fisso della Festa è
rappresentato dalla rievocazione storica della tragica pestilenza in
costumi d'epoca. Le celebrazioni sono concluse ogni anno con un grandioso
spettacolo pirotecnico dal Monte Castello, tanto caro ai cavesi da far
accrescere il valore di una casa per il solo fatto di avere la giusta
esposizione verso il Monte. Non ultimo, l'aspetto culinario con alcuni
piatti tipici che le famiglie cavesi sono solite consumare durante la
Festa: milza, soppressata, melanzane con la cioccolata, pastiera di
maccheroni (la frittata di pasta napoletana) e, naturalmente, buon vino.
Disfida
dei Trombonieri
Ogni anno ai primi di luglio, viene ricordata la storia con una manifestazione
folkloristica in costume d'epoca ed una competizione Storica si tiene
in rievocazione della battaglia di Sarno. Era il caldo pomeriggio del
6 luglio 1460 quando le campane delle cinquanta chiese della Città
de la Cava chiamarono a raccolta i cittadini cavesi. Qualcosa di clamoroso
era successo: Re Ferrante I d'Aragona era sceso in battaglia nella valle
di Sarno, contro l'esercito di Giovanni d'Angiò, ivi schierato,
ma una manovra sbagliata stava per compromettere la vita ed il regno
del giovane sovrano. Il Sindaco Universale di Cava, Onofrio Scannapieco,
da Dupino, non disponendo di una milizia permanente, che potesse rendere
soccorso al Re, chiamò a raccolta l'intero popolo cavese. Dalla
moltitudine furono scelti cinquecento uomini tra i più validi
e i più animosi, capaci di affrontare l'assalto. I cavesi guidati
dai Regi Capitani Giovanniello Grimaldi, Giosuè e Marino Longo,
Matteo Stendardo e Bernardo Quaranta, dopo una marcia di 18 km per raggiungere
Sarno, sfruttando le tenebre della notte e la sorpresa, si incunearono
nello schieramento nemico al grido "Aragona, Aragona", creando
scompiglio tra gli assedianti Angioini e creando un corridoio di fuga
per il Re che si riparò a Napoli nel Castel Nuovo. Il 4 settembre
1460 Onofrio Scannapieco, chiamato dal Re Ferrante alla corte di Napoli,
ritirò quale segno di gratitudine, la Pergamena Bianca. Con essa
l'Università de la Cava avrebbe potuto richiedere ogni enere
di concessione sovrana. Poiche nulla venne richiesto il 22 settembre
1460 il Re Ferrante "motu propio" concesse allo popolo cavajuolo
cospique guarentigie, quale l'esenzione dal pagamento, in tutto il reame,
di ogni tipo di gabella, sia nel vendere che nell'acquistare, oltre
il pregio di integrare con le armi Aragonesi (due barre rosse e due
gialle intervallate) lo stemma della città e la sovrapposizionne
allo stesso della corona regale. La pergamena bianca, rimasta immacolata,
tale si conserva negli archivi del Palazzo di Città di Cava de
Tirreni. La rievocazione prevede che gli 8 distretti della città
si sfidino a suon di tromboni (archibugi dalla canna più corta
e svasata allestremità in modo da somigliare ad una tromba)
in quella che viene denominata "La Disfida dei Trombonieri",
assegnata nel 2005 (31a edizione) e nel 2006 (32a edizione) alla contrada
Sant'Anna all'Uliveto. I trombonieri sfilano, nelle loro imponenti uniformi,
in un corteo che si snoda per il centro storico della città,
accompagnati dagli abilissimi sbandieratori (tra i più noti ed
esperti del mondo), per poi raggiungere il campo di gara: lo stadio
"Simonetta Lamberti". Qui, osservati da un'impressionante
folla di Cavesi e di turisti, i concorrenti si cimentano, un gruppo
alla volta, in roboanti batterie di sparo davanti ad una giuria di esperti
che valuta la velocità di caricamento, la precisione e lo stile
dei concorrenti secondo un rigoroso e dettagliato regolamento. Alla
fine della Disfida vengono consegnati i premi "Città Fedelissima"
e, soprattutto, la leggendaria Pergamena Bianca, che il Casale vincente
conserverà fino all'edizione successiva.
ECONOMIA
Come ricordato, Cava è una cittadina dedita principalmente al
commercio: molti sono i negozi di qualità (specialmente vestiario)
sotto i porticati del Centro Storico. Fino agli anni ottanta del secolo
scorso, la città (e specialmente le frazioni) aveva una vocazione
prevalentemente agricola: il clima mite della vallata favoriva i raccolti,
e si coltivavano in particolare legumi, broccoli e lattuga. Altrettanto
diffusi erano i frutteti e i vigneti. Negli appezzamenti familiari di
terreno si coltivava il tabacco, il granturco e la verdura necessaria
per il sostentamento. Il surplus veniva venduto al mercato locale od
ai fruttivendoli vietresi, che pagavano meglio. Altrettanto ridotto
è l'allevamento: solo in alcune frazioni rurali resiste l'usanza
di mantenere uno o due capi di maiali o bovini per il sostentamento,
o del pollame, quando fino a meno di 10 anni fa avere un animale del
genere era consuetudine e non di rado si poteva vedere a passeggio per
le strade il proprietario di un verro o di un toro disposto a prestare
il proprio animale per la monta in cambio di qualche soldo. Caratteristica
della località Contrapone era la presenza di un pastore con un
gregge di capre e pecore, che tuttavia è deceduto nel 2005. Abbastanza
diffusa è l'attività del taglio di legname. La vallata
abbonda soprattutto di acacie (in dialetto i' pungient) e castagni:
oltre alla legna da ardere, dai tronchi si ricava anche il carbone,
tramite la tecnica del catuozzo. A Cava, al confine con Nocera Superiore,
è attiva una zona industriale nella quale sono presenti impianti
per la lavorazione di alimentari (specialmente per quanto riguarda l'inscatolamento
dei cibi), meccanici, tessili, del mobile e del tabacco stesso. Cava,
inoltre, assieme con Vietri sul Mare, vanta una lunga tradizione della
lavorazione della ceramica.
GASTRONOMIA
Quella di Cava è la tipica cucina mediterranea: antipasti "di
mare" (in virtù della vicinanza alla costiera amalfitana,
anche se è da precisare che Cava non è lambita dal mare),
sapidi primi piatti e stuzzicanti pietanze spesso rese piccanti dal
peperoncino (u' pupàine), il tutto innaffiato dai robusti vini
locali. Tra le raffinatezze tipiche c'è la pastiera di maccheroni,
che può essere rustica o dolce. Gli ingredienti della pastiera
rustica sono: spaghetti, uova frullate, formaggio, mozzarella di bufala
e salame.
La pastiera dolce, invece, è fatta di spaghetti, uova frullate,
zucchero, cannella, latte e frutta candita.
Per Pasqua si è soliti servire in tavola a fine pasto la pizza
di grano, un dolce casalingo confezionato con chicchi di grano cotti,
latte, limone, scorza dicedro candita, ricotta dolce, buccia d'arancia:
gli ingredienti veno amalgamati ben bene e poi versati in una teglia
ricoperta di sfoglia che va infornata. È importante che l'impasto
del ripieno non sia troppo cremoso, poiché al momento d'infornare
si ricopre la torta con strisce di sfoglia da disporre a rete, le quali
affonderebbero nel ripieno se questo fosse troppo liquido.
Un'altra ricetta tipica sono le melanzane alla cioccolata, che si preparano
indorando e friggendo fettine di melanzane, già ricoperte di
formaggio e farina.
Altro fragrante piatto cavese con lo stesso ingrediente principale è
la parmigiana di melanzane, guarnita di mozzarella di bufala, pane raffermo,
uova, basilico e aglio, il tutto disposto a strati, infornato e tagliato
a fette a mo' di torta.
Piatto tipico che si prepara in occasione delle varie sagre e manifestazioni
estive ed autunnali (fra cui la Festa di Monte Castello) è invece
il Pan e mév'z, vale a dire il pane con fette di milza bovina
precedentemente cotta in aceto e farcita con abbondanti menta e peperoncino.