Capri
è un comune di 7.058 abitanti nell'omonima isola situata nel
Golfo di Napoli.
ORIGINI
Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia, riteneva
che Capri fosse stata un tempo unita alla terraferma. Questa sua ipotesi
è stata poi confermata, recentemente, sia dallanalogia
geologica che lega lisola alla penisola sorrentina sia da alcune
scoperte archeologiche. Coesistono sull'isola due realtà urbane,
diverse tanto per la naturale separazione geografica quanto per tradizioni
e origine etnica: Capri e Anacapri. Tale differenziazione si spiega
con la naturale vicinanza di Capri al mare: la presenza del porto ha
infatti agevolato gli scambi commerciali e culturali con il Regno di
Napoli e determinato, di conseguenza, un suo maggiore benessere economico.
Le due comunità erano in eterno conflitto, impegnate a difendere
ognuna i propri diritti, esasperate dalla mancanza di vera autonomia
che le costrinse ad accettare, nel corso dei secoli, le pressanti pretese
degli amministratori inviati dal continente come controllori dell'economia
locale.
STORIA
Le prime scoperte di epoca preistorica si ebbero più di duemila
anni fa, quando, in epoca romana, dagli scavi per la costruzione delle
prime fabbriche imperiali vennero alla luce resti di animali scomparsi
decine di migliaia di anni prima e tracce di vita di uomini primitivi
dell'età della pietra. La vicenda è documentata dallo
storico Svetonio (75-140 d.C.) che descrive l'interesse mostrato dall'imperatore
Augusto nel custodire resti di vita primordiale ritrovati a Capri nella
sua casa, adibita quasi a primo museo della storia di paleontologia
e paletnologia (Vitae Caesarum, 2, 72). I racconti di Svetonio vennero
confermati dai lavori di scavo del 1905-1906, quando, per un ampliamento
dell'Hotel Quisisana, all'inizio della Valle di Tragara, sotto uno strato
di materiale eruttivo e un banco di argilla rossa del Quaternario, affondate
in limo essiccato, derivato da un antico bacino lacustre, vennero alla
luce ossa gigantesche di mammiferi estinti come l'Elephas primigenius
(mammut), il Rhinoceros merckii e l'Ursus spelaeus. Fu il medico e naturalista
Ignazio Cerio (Ignacio el Cartero) a riconoscere e a conservare questi
fossili insieme ad armi in pietra, quali quarzite scheggiate e appuntite,
triangolari o amigdaloidi (a forma, cioè, di mandorla). Altre
importanti scoperte sono caca state fatte nella Grotta delle felci,
situata sopra Marina Piccola, in località Le Parate, a Petrara,
in via Tiberio e via Krupp, a Campitello e alla Grotta del Pisco, tutti
ritrovamenti che hanno sottolineato la presenza di vita dalla fine dell'età
neolitica alletà del bronzo. La colonizzazione greca di
Capri e dell'intera Campania affonda le sue origini nella leggenda.
Non fu un processo omogeneo, come ben testimoniato dalla differenziazione
dei culti e dei racconti leggendari delle varie colonie: Capri, Sorrento
e, in generale, il versante orientale del Golfo di Napoli, erano legati
al culto delle Sirene, mentre il versante occidentale, con Pithecusa
(Ischia), dipendeva storicamente e religiosamente da Cuma ed era fedele
al culto di Apollo oracolo. È Ulisse, l'eroe leggendario dell'Odissea,
l'emblema dei coraggiosi marinai che, attraverso rischiosi e lunghi
viaggi, giunsero in Sicilia e nellItalia meridionale, creando
così le prime comunità greche. L'opera omerica non sembra
pura invenzione poetica, dal momento che pare essere confermata anche
dalla toponomastica. E anche la successiva tradizione letteraria colloca
la maggior parte delle avventure dellOdissea in Sicilia e nel
versante occidentale dellItalia meridionale. Le Sirene, ad esempio,
vengono descritte da Servio, nel suo Commento all'Eneide (In Aen., 5,
864), come creature metà uccello e metà donna (una cantava,
una suonava il flauto e una la lira) che sarebbero vissute prima a Pelorias
e poi a Capreae (antico nome dell'isola), adescando i marinai con i
loro canti (ma Servio, più realisticamente, annota che si trattava
prostitute che mandavano in rovina i marinai). La presenza dello scoglio
delle Sirene a Marina Piccola è frutto forse della fantasia di
qualche erudito del Settecento venuto a conoscenza del commento di Servio.
È anche vero, però, che l'idea che le Sirene risiedessero
a Capri è favorita dalle caratteristiche naturali dell'isola,
ricca di distese verdi e di pericolosi precipizi che la rendono tanto
simile alla descrizione di Omero e all'isola fiorita descritta da Esiodo.
A partire dall'VIII secolo a.C., i Greci cominciarono a percorrere tutto
il Golfo di Napoli e, secondo Livio (8, 22, 5-6), si insediarono inizialmente
sull'isola di Ischia e, sulla terraferma, a Cuma; solo più tardi
giunsero a Capri. Nel VII e VIII secolo a.C. tutta la vita politica
e marittima del Golfo di Napoli gravitava intorno a Cuma, mentre Capri
non ebbe una funzione altrettanto importante. Lo storico Strabone racconta
che "nei tempi antichi a Capri vi erano due cittadine in seguito
ridotte ad una sola" (Geografia, 5, 4, 9, 38). Sicuramente una
delle due cittadine era collocata dove sorge l'odierna Capri. Ciò
è confermato dalla presenza di resti delle mura di fortificazione,
costruite con grandi massi di calcare pseudopoligonale nella parte inferiore
e da blocchi squadrati nella parte superiore, visibili dalla terrazza
della funicolare e in un tratto alle falde del Castiglione; questi,
insieme ad altri tratti andati ormai distrutti, chiudevano l'antico
abitato (V-IV secolo a.C.). Sembra, inoltre, che la prima cittadina
fosse anch'essa il risultato di due nuclei: uno, in alto, tra il monte
San Michele e il Castiglione e l'altro in prossimità del porto.
Per quanto riguarda la seconda cittadina, tante ipotesi sono state avanzate,
ma la più attendibile è quella che la riconduce ad Anacapri
in base anche all'esistenza della Scala Fenicia che la collegava al
porto. Fin dalla sua prima colonizzazione, quindi, la naturale conformazione
dellisola portò alla creazione di due comunità,
una a levante con alture degradanti verso le marine a settentrione e
meridione, e una a ponente costituita da un grande altopiano, dalle
scoscese pendici del Solaro e priva di possibilità di approdo.
Fu così che l'isola di Capri ebbe un abitato alla marina (Capri)
e uno sul monte (Anacapri), come le isole greche dell'Egeo. A differenza
di Capri che aveva due marine d'approdo (la Grande e la Piccola), Anacapri
ne era priva e dovette cercare un collegamento con la marina dell'altra
cittadina attraverso un sentiero rupestre che diede origine alla Scala
Fenicia; scavata in parte nella roccia, la scala risale tortuosamente
il ripido pendio, congiungendo il porto ad Anacapri. Da rilevare che,
nonostante la sua denominazione, non può essere stata realizzata
dai fenici, ma fu opera dei coloni greci. Una suggestiva veduta doveva
cogliere coloro che navigavano attraverso il Golfo di Napoli in epoca
imperiale, quando Capri, bella già nelle sue forme naturali,
era anche arricchita da prestigiose costruzioni: a est sorgeva la fortezza
di Tiberio, vicino al porto il palazzo di Augusto e sulla sommità
della Scala Fenicia la villa imperiale successivamente sostituita dalla
villa San Michele di Axel Munthe. Il ruolo rivestito da Capri in epoca
romana fu notevole. La svolta che segnò la storia dell'isola
fu nel 29 a.C., quando Cesare Ottaviano, tornando dall'Oriente, sbarcò
a Capri dove, secondo il racconto di Svetonio, una quercia vecchissima
cominciò a dar segni di vita. Il futuro Augusto, interpretando
questo come un segno favorevole, tolse Capri dalla dipendenza di Napoli
(sotto la quale viveva dal 328 a.C.), dando in cambio la più
grande e fertile isola di Ischia e facendola diventare dominio di Roma
(Vitae Caesarum, 2, 92). Fu così che la comunità greca
presente a Capri venne a contatto con quella romana e l'isola iniziò
la sua vita imperiale, diventando il soggiorno prediletto di Augusto
e dimora di Tiberio per dieci anni, centro quindi della vita mediterranea
di Roma. Oltre all'interesse per la raccolta di fossili ed armi preistoriche,
ad Augusto si devono la nuova costituzione giuridico-amministrativa
dell'isola, affidata come patrimonium principis a liberti procuratores,
e le prime fabbriche imperiali. Nel racconto di Svetonio sull'ultimo
viaggio di Augusto (Vitae Caesarum 2, 98, 4) si narra che egli fosse
solito chiamare la città Apragopolis, cioè "città
del dolce far niente", e con quel nome venisse battezzata tutta
l'isola, o perlomeno la parte di essa dove sembrava fosse situata anche
la tomba del suo fondatore Masgaba. Augusto morì a Nola nell'agosto
del 14 d.C. Suo successore fu Tiberio il quale tanto ereditò
la predilezione per Capri, che vi si trasferì per dieci anni,
abbandonando la dimora imperiale di Roma. L'isola, priva di porti naturali,
ma ricca di scoscesi dirupi, piacque al nuovo imperatore per la sua
naturale inaccessibilità. Ben presto, però, la necessità
di essere continuamente in contatto con il governo e la flotta di Miseno
lo fecero ricredere; di conseguenza sentì l'esigenza di creare
un porto alla "Grande Marina", dove la spiaggia meglio lo
consentiva e dove sorge tutt'oggi (la presenza di alcuni resti dell'antico
porto lungo le pendici di Palazzo a mare ne fanno però supporre
l'esistenza già in epoca di Augusto). La nuova infrastruttura
e l'eccelsa Torre del Faro a villa Jovis, destinata a trasmettere e
ricevere notizie dal faro del Capo Atheneo (nella penisola sorrentina)
e da quello di Miseno, attraverso fumate e fuochi, permisero una migliore
comunicazione dell'isola con l'impero. Durante un viaggio lungo le coste
campane e laziali, un malore costrinse Tiberio a fermarsi in una villa
a Miseno, dove morì il 16 marzo del 37 d.C. Merito di Augusto
e Tiberio fu la costruzione di numerose ville imperiali. Le tre più
importanti furono villa Jovis, Damecuta e Palazzo a Mare. Quest'ultima,
secondo Maiuri, fu residenza ufficiale di Augusto, preferita al nucleo
residenziale di Torra per la sua vicinanza all'approdo e la sua collocazione
all'ombra e in luogo poco ventilato (fattori favorevoli alla cagionevole
salute dell'imperatore). Le notevoli dimensioni delle nuove ville e
l'aumento della popolazione comportarono la realizzazione di cisterne
per l'approvvigionamento idrico mediante la raccolta di acqua piovana.
Diverse soluzioni interessarono le ville capresi, come quella di villa
Jovis, dove più cisterne vennero riunite nel corpo centrale della
villa. Ma, per la maggior parte, erano cisterne scavate nel vivo della
roccia, ricoperte di buon intonaco signino a tenuta idraulica, intercomunicanti
e intramezzate da muri per meglio permetterne l'utilizzazione e la distribuzione,
provviste, le più vaste e profonde, di vasche di sedimentazione
e di scale di discesa per l'annuale svuotamento e rinettamento, coperte
da una volta che funzionava da piano raccoglitore. Oltre le cisterne
delle ville venne realizzato un pubblico serbatoio nella località
di Soprafontana o di Maruscello. Per quanto riguarda labitato,
Maiuri parla di uno spostamento della popolazione verso la marina, lungo
le contrade Aiano, Campodipisco, Villanova e Truglio, dove sorgerà
la chiesa di San Costanzo. Con la fine dell'epoca imperiale, Capri ritornò
a far parte dello stato napoletano e iniziò a diventare il centro
di scorrerie e di saccheggi da parte di pirati, ben motivati dalla posizione
dell'isola sulla rotta fra Agropoli ed il Garigliano. Nell'866 passa
sotto il dominio di Amalfi, per decisione dell'imperatore Ludovico II,
che desiderava premiare gli amalfitani per i servigi offertigli nella
lotta contro i saraceni nella liberazione del vescovo di Napoli Attanasio,
imprigionato da Sergio duca di Napoli nell'isola di Megaride, attuale
Castel dell'Ovo. La dipendenza di Capri ad Amalfi, che aveva rapporti
frequenti con l'Oriente, è particolarmente evidente nell'arte
e nell'architettura, nelle quali furono introdotti, sui saldi stilemi
classici, moduli bizantini ed islamici (come l'impiego delle volte estradossate).
Nonostante questi diversi influssi artistici, quattro chiese sono riuscite
a conservare i loro originari caratteri e la loro semplicità,
rimanendo incontaminate da rifacimenti posteriori: la Chiesa di Sant'Anna,
quella di San Michele, quella di Santa Maria di Costantinopoli e la
parrocchia di San Costanzo. Nel 987 venne consacrato il primo vescovo
caprese per ordine di Papa Giovanni XV, nella chiesa di San Costanzo,
prima cattedrale dell'isola, sorta nel borgo medioevale e intorno alla
quale si raccoglieva la popolazione che risiedeva presso Marina Grande.
Capri, abbandonata a sé stessa e flagellata da numerose scorrerie
musulmane, vide i propri abitanti costretti ad abbandonare Marina Grande
per rifugiarsi sulle alture ai piedi del Castiglione. A quanto pare,
però, quest'ipotesi sembra sia stata messa in discussione dall'esame
del disegno cartografico opera del geografo arabo Edrisi, nella quale
è evidente la presenza di una zona abitata intorno al porto.
La stessa presenza, tra l'altro, della chiesa di San Costanzo fa pensare
che la popolazione, avvistata una nave saracena, si mettesse in salvo
dietro le mura della città alta e nella grotta di Castiglione,
pregando San Costanzo suo protettore. Con gli Angioini, Capri ebbe il
suo primo signore nel conte Giacomo Arcucci, che nel 1371 fondò
la Certosa di San Giacomo nella valle fra il Castiglione e il Monte
Tuoro, su un territorio donato dalla regina Giovanna I, prima regale
protettrice della casa angioina. Numerosi furono i privilegi concessi
dalla monarca e da diversi papi alla Certosa, i cui monaci, grazie al
prestigio acquisito, poterono rivestire un ruolo politicamente e socialmente
influente. Intanto, sull'isola continuavano a configurarsi due realtà
urbane, opposte "l'una all'altra come due isole", come afferma
Berardi, "spazio plurale per decisione culturale più che
per conformazione geografica e dunque per costruzione storica più
che per natura". L'astio si trasformò in concorrenza nei
vantaggi fiscali e alimentari. Per quanto riguarda l'insediamento medievale,
esso trova collocazione a brevissima distanza da Marina Grande dove
è situata la coeva chiesa di S. Costanzo (anche se non ne esiste
alcuna testimonianza diretta), mentre in seguito si trasferì
tra le pendici del Monte San Michele e quelle del Monte Solaro. Quest'ultimo
agglomerato urbano è stato interessato da due distinti fenomeni
di formazione urbana, come viene mostrato da Berardi, dei quali uno,
il settore orientale, è da considerarsi originario, mentre il
secondo, il settore occidentale, che si sviluppa intorno al Palazzo
Arcucci, oggi Palazzo Cerio, sarebbe dovuto ad una evoluzione successiva,
frutto di un potere non locale legato all'ammiraglio del Regno di Napoli.
Tra questi due insediamenti, fra il XVII e il XVIII secolo, venne creata
un'area di continuità rappresentativa: la piazza. Il settore
orientale (via Longano, via Sopramonte e via Le Botteghe) costituì
inizialmente la totalità dell'abitato formatosi forse intorno
alla chiesa della Madonna delle Grazie, quando la scarsa popolazione
della piana di S. Costanzo decise di trasferirsi sulle alture, per potersi
difendere dalle incursioni dal mare. L'insediamento è definito,
a nord, dalle mura greche, sulle quali si sono impostate quelle medioevali,
costituite dai fronti stessi delle costruzioni, il che è una
costante del sistema difensivo locale. A sud, che corrisponde a via
Le Botteghe, troviamo probabilmente disposte due porte, una a sud-est
nell'innesto con via Fuorlovado ed una a nord all'imboccatura della
piazzetta. La densità abitativa, in modo diverso, diventa più
sporadica a nord-est, sul pendio ripido del monte San Michele, e a sud-est
sul versante che scende verso la Certosa. Ciò è dovuto
probabilmente al fatto che la ripidità del terreno costituiva,
insieme al monastero ben fortificato, un elemento di difesa difficilmente
raggiungibile dal mare. Il sistema risulta organizzato da strutture
che rendono legati gli edifici che lo compongono: la via spesso corre
al disotto delle case mentre queste ultime, che la scavalcano, comunicano
tra di loro, in modo indipendente, anche al di sopra di essa. A quanto
pare, la città, consapevole dell'insufficienza di qualunque difesa,
escogitò un modo per potersi segmentare in infiniti punti a livello
del suolo, attraverso i suoi innumerevoli e minuscoli vicoli curvilinei
che, al momento opportuno, era possibile chiudere per poter poi comunicare
a livello superiore. È come se ad una città di strade
ne fosse sovrapposta un'altra, le cui parti sono collegate da sistemi
indipendenti che creano una città superiore, anche grazie alla
complicità dei cittadini che potevano percorrere l'intero insediamento
dopo aver bloccato i vicoli sottostanti ai nemici. Il versante occidentale,
sviluppatosi oltre il Largo Cerio, verso via Madre Serafina, si organizzava
differentemente: era legato ai nobili e alla Corte, era sede di una
società diversa di patrizi, dei loro seguiti e dei loro ospiti,
lentamente emersa nel corso del XIV secolo. Nello stesso Largo, in corrispondenza
del quale attualmente troviamo la scalinata che lo collega alla piazzetta,
allora doveva essere situato il convento di Santo Stefano di cui si
dice che la torre campanaria sia ciò che resta. Il 24 ottobre
1496 Federico I di Napoli stabilì la parità tra Capri
ed Anacapri, riconoscendo a questa le stesse franchigie ed immunità
dell'altra, separandone le amministrazioni e le rendite, atto confermato
poi dal Generale Consalvo di Cordova il Gran Capitano, primo viceré
della dinastia spagnola di Ferdinando il Cattolico.
Intanto,
le continue scorrerie dei pirati degenerarono durante l'impero di Carlo
V ed il governo del suo grande viceré Don Pietro di Toledo, quando
le flotte corsare guidate dallo spietato Kheir-ed-Din, soprannominato
il Barbarossa, saccheggiarono e incendiarono Capri non meno di sette
volte. La peggiore incursione si ebbe nel 1535, quando il Barbarossa
si impadronì di Capri ed incendiò il castello di Anacapri,
le cui rovine da allora recano il nome di Castello Barbarossa. Nel 1553
una seconda invasione, che si risolse nel saccheggio e nell'incendio
della Certosa, fu compiuta dall'ammiraglio Dragut. Il pericolo di incursioni
come queste portò Carlo V ad autorizzare gli abitanti a girare
armati, e nuove torri vennero costruite a difesa dell'isola, accanto
a quelle già esistenti del Castiglione e di Torre Materita.
Solo
la conquista da parte della Francia degli stati barbareschi nel 1830
pose fine alla pirateria.
Il
XVII secolo vede Capri afflitta da numerosi contrasti interni, a noi
noti grazie alle numerose rimostranze inviate dai vescovi dell'isola
alla sede pontificia ed ai viceré di Napoli contro il capitano
del re o contro i monaci della Certosa. Contraria a queste lotte per
i beni mondani fu suor Madre Serafina, che, votata alla povertà
e alla carità, fondò un ramo dell'ordine delle carmelitane
e fece costruire il primo convento a Capri con la piccola eredità
ricevuta dalla madre e dallo zio (suoi genitori spirituali, morti a
causa della peste del 1656) e con gli aiuti ricevuti dall'arcivescovo
di Amalfi e dal viceré di Napoli. La cerimonia di inaugurazione
si ebbe nel 1678. Annessa al convento di Santa Teresa era la chiesa
del Salvatore inaugurata nel 1685.
Negli
anni successivi, tra 1673 e il 1691, la religiosa fondò altri
cinque conventi sulla terraferma ed un altro ad Anacapri mantenendo
così una promessa fatta all'arcangelo Michele, che nel liberare
Vienna dai Turchi aveva ascoltato una sua preghiera. Di questo ultimo
convento si possono ammirare, oltre le mura che circondano la Casa Timberina
dietro la parrocchia di Santa Sofia, la chiesa barocca di San Michele
a pianta ottagonale con il suo pavimento in maiolica raffigurante la
cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso.
In
questo periodo, in cui Capri viveva invasioni piratesche ed intrighi
ecclesiastici, comparve sull'isola il suo primo turista, Jean Jacques
Bouchard, il cui diario, ritrovato nel 1850, rimane una testimonianza
importantissima di quegli anni. In esso egli descrive con cura i caratteri
paesaggistici e culturali capresi, riuscendo a raccogliere in soli due
giorni molte più notizie di chi, dopo di lui, poté fermarsi
più tempo. Fra i regnanti della dinastia borbonica, Carlo III
ed il figlio Ferdinando IV furono quelli che mostrarono più interesse
per l'isola. In un periodo di grande fervore per le scoperte archeologiche
(si pensi agli scavi di Ercolano e Pompei), Carlo III affidò
al governatore dell'isola l'incarico di registrare le antichità.
Il suo interesse, però, era dovuto alla volontà di abbellire
a arricchire gli arredi della Reggia di Caserta (si pensi alle quattro
colonne di S. Costanzo trasformate in lastre e cornici) piuttosto che
al desiderio di ampliare la cultura e le conoscenze del tempo.
Più
tardi, Ferdinando diede il permesso a Norbert Hadrawa di compiere devastanti
scavi, allo scopo di assicurarsi antiche sculture e marmi da riutilizzare
nei suoi palazzi.
A
quegli anni risale il dissotterramento di Villa Jovis, che assicurò
alla cattedrale di Santo Stefano (Capri) il più bel pavimento
di marmo della villa imperiale.
Nei
primi anni dell'Ottocento l'aspra lotta fra Napoleone I e l'Inghilterra
coinvolse anche Capri. L'occupazione della città da parte dei
francesi (gennaio 1806) non lasciò tranquille le truppe inglesi,
le quali, sbarcate sull'isola nel maggio dello stesso anno, sotto la
guida di Sir W. Sidney Smith, riuscirono ad avere la meglio sui loro
nemici. Gli inglesi per due anni agirono incontrastati, vi stabilirono
una nutrita guarnigione e realizzarono alcune opere di fortificazione
che resero l'isola una "Piccola Gibilterra", causando però
danni irreparabili alle rovine delle ville imperiali. In quel periodo
Capri contava circa 3.000 abitanti.
Il
solo che riuscì a annientare le forze inglesi fu Gioacchino Murat,
il 4 ottobre del 1808: attraverso un attacco simulato sui due approdi
di Marina Grande e Marina Piccola distolse l'attenzione degli inglesi
dalla costa occidentale, da dove i francesi riuscirono a risalire la
scogliera e a costringere i nemici alla resa e a far loro precipitare
in mare un cannone, poi ritrovato sott'acqua nel 2000. Poco dopo la
conquista di Capri, i privilegi della Certosa furono annullati da Murat,
e il 12 novembre del 1808 i monaci furono obbligati a lasciare l'isola.
I
francesi qui rimasero fino alla fine della potenza napoleonica e alla
restaurazione borbonica (1815), quando Ferdinando IV di Napoli rientrò
a Napoli e con il nome di Ferdinando I, secondo le disposizioni del
congresso di Vienna, divenne sovrano del Regno delle Due Sicilie.
Capri
poté allora uscire dal lungo periodo di letargo che aveva caratterizzato
quegli ultimi anni, affacciandosi all'Ottocento con una nuova veste.
Diventò meta di numerosi viaggiatori che la visitarono e ne ammirarono
la natura e la celebre Grotta Azzurra, divenuta intanto famosa in tutto
il mondo.
A
partire dai primi anni del Novecento, approdarono a Capri, per rimanervi
più o meno a lungo, Vladimir Lenin, Maksim Gorkij, Jacques d'Adelsward-Fersen,
Marguerite Yourcenar, Friedrich Alfred Krupp, Pablo Neruda, Curzio Malaparte,
Norman Douglas, Sibilla Aleramo, Monika Mann, Roger Peyrefitte.
Meta
di poeti, pittori e scrittori, Capri cominciò a conoscere un
nuovo sviluppo economico, che poté ovviare al decadimento dell'agricoltura,
frutto anche della cacciata dei monaci dall'isola. Parallelamente, diminuì
la produzione del vino e quella della seta, poi scomparsa completamente
insieme alla produzione del corallo.
BIBLIOTECA
COMUNALE
La Biblioteca Comunale Popolare "Luigi Bladier" è situata
nella Certosa di San Giacomo, il complesso monastico costruito fra il
1371 e il 1374 da Giacomo Arcucci. La storia di questo edificio è
collegata direttamente alle vicende dell'isola, subendo diverse trasformazioni
e restauri. La Biblioteca è stata istituita con la deliberazione
municipale del 5 luglio 1957 ed inaugurata il 12 gennaio 1958 nella
sua sede iniziale di Palazzo Cerio. Successivamente, il 5 dicembre dello
stesso anno fu trasferita in alcuni locali della Certosa di San Giacomo
unendo la propria consistenza con la Biblioteca "Forges Davanzati",
già esistente. Da quel momento il Comune di Capri ne assumeva
direttamente la gestione. Nel 1960 la Biblioteca è stata iscritta
all'Ente Nazionale Biblioteche Popolari e Scolastiche con tessera n.
19.659 con la denominazione: Biblioteca Comunale Popolare. Ne è
stato bibliotecario capo Luigi Bladier, docente di materie letterarie
presso varie scuole dell'isola, che ha dedicato tutta la sua esistenza
alla "Biblioteca": l'Amministrazione Comunale di Capri ne
decise, a poca distanza dalla scomparsa, di intitolargli la Biblioteca
che da quel momento porta il suo nome. Il
patrimonio librario dalla sua istituzione ad oggi è andato progressivamente
aumentando sia per acquisto con fondi comunali e regionali sia per donazioni
varie di enti e privati ai quali si rivolge un sentito ringraziamento
per il contributo dato al progresso civile e culturale di Capri. Il
patrimonio librario della Sala A (il più consistente) comprende
opere di cinema, teatro, musica, scienze, filosofia, storia, filologia,
diritto, letteratura, enciclopedie, dizionari, manuali tecnici, classici
italiani e stranieri tradotti, collane varie. Nella stessa sala è
sistemata anche la donazione dell'Ambasciata Sovietica in Italia delle
opere di Lenin. Nella Sala B trova posto tutta la donazione del regista
Conte Arnaldo Genoino d'Ortodonico, il cui stemma gentilizio è
posto al di sopra della scaffalatura libraria sulla parte di fronte
all'ingresso. Le opere di quest'importante donazione (di circa 2.700
opere) sono oggi catalogate. Nella Sala C è sistemata la sezione
straniera, comprendente opere plurilingue su argomenti vari. Nella Sala
D, riservata agli studiosi, vi sono i testi della preesistente Biblioteca
"Forges Davanzati" trasmessi dai Canonici Lateranensi alla
Biblioteca Comunale Popolare di Capri quando si trasferì da Palazzo
Cerio nell'attuale sede della Certosa di San Giacomo. Sono presenti
anche diverse cinquecentine, cinquantasei opere a stampa del '500 pubblicate
dal 1513 al 1599. Di esse sono edizioni "principi" una decina,
mentre di quelle delle quali non si hanno notizie bibliografiche si
può presumere che siano edizioni "principi" un'altra
decina. Delle stesse l'"Explanatio libri I phisicorum Aristotelis"
di Ludovico Boccaferrea edito in Accademia Veneta (1558), mentre è
da ritenersi rara l'opera "Commentarii linguae graecae" di
Guglielmo Budeo edito nel 1548. Esse comprendono poche opere in latino,
molte in volgare; alcune di queste sono traduzioni di classici e sono
di carattere religioso, storico, letterario, filologico e giuridico.
Nella stessa sala c'è la sezione "Capri" con opere
in italiano, inglese, francese e tedesco riguardanti l'isola di Capri.