Anacapri
è un comune di 6.586 abitanti della provincia di
Napoli, situato sull'isola di Capri. Sorge sul fianco settentrionale
del monte Solaro (che, con 586 m, è la massima vetta
dellisola); una seggiovia collega labitato con
la vetta del monte, da dove lo sguardo spazia su un vastissimo
panorama, dal golfo di Napoli al golfo di Salerno. Il più
famoso edificio di Anacapri è la Villa San Michele,
che fu fatta costruire dallo scrittore e medico svedese
Axel Munthe come propria residenza, adattando un antico
convento dedicato appunto a san Michele, e che oggi è
una frequentata meta turistica, anche per il suo splendido
giardino. Non lontano è la chiesa di San Michele
(XVIII secolo). Una selezionata agricoltura di tipo intensivo
(olive, agrumi e soprattutto uva, da cui si ricava un ottimo
vino bianco) ma assai più il turismo, attirato dalle
bellezze naturali del luogo, sono le basi delleconomia
locale; proprio nel comune di Anacapri si trova la celebrata
Grotta Azzurra, la cui notorietà mondiale data già
dal XIX secolo.
DA
VEDERE
Caprile
Castello Barbarossa
Grotta azzurra
Belvedere della Migliera (o Migliara)
Casa Rossa
Chiesa di San Michele
Chiesa di Santa Sofia
Eremo di Santa Maria della Cetrella
Le Boffe
Sentiero dei fortini
Monte Solaro
Punta Carena (Faro)
Villa Damecuta
Villa San Michele
STORIA
L'isola di Capri è situata nel Golfo di Napoli, tra
la penisola sorrentina, Capo Miseno e le isole di Procida
e Ischia. Di origine calcarea, la sua sezione più
bassa è al centro, mentre i suoi lati sono alti e
circondati per lo più da spaventosi precipizi, dove
si trovano numerose grotte. La sua orografia è composta,
ad ovest, dalle pendici del monte Solaro e, ad est, dal
monte San Michele, con la Croce e il monte Tuoro.
Lo
storico e geografo greco Strabone, nella sua Geografia,
riteneva che Capri fosse stata un tempo unita alla terraferma.
Questa sua ipotesi è stata poi confermata, recentemente,
sia dallanalogia geologica che lega lisola alla
penisola sorrentina sia da alcune scoperte archeologiche.
Coesistono
sull'isola due realtà urbane, diverse tanto per la
naturale separazione geografica quanto per tradizioni e
origine etnica: Capri e Anacapri. Tale differenziazione
si spiega con la naturale vicinanza di Capri al mare: la
presenza del porto ha infatti agevolato gli scambi commerciali
e culturali con il Regno di Napoli e determinato, di conseguenza,
un suo maggiore benessere economico.
Le
due comunità erano in eterno conflitto, impegnate
a difendere ognuna i propri diritti, esasperate dalla mancanza
di vera autonomia che le costrinse ad accettare, nel corso
dei secoli, le pressanti pretese degli amministratori inviati
dal continente come controllori dell'economia locale.
Le
prime scoperte di epoca preistorica si ebbero più
di duemila anni fa, quando, in epoca romana, dagli scavi
per la costruzione delle prime fabbriche imperiali vennero
alla luce resti di animali scomparsi decine di migliaia
di anni prima e tracce di vita di uomini primitivi dell'età
della pietra. La vicenda è documentata dallo storico
Svetonio (75-140 d.C.) che descrive l'interesse mostrato
dall'imperatore Augusto nel custodire resti di vita primordiale
ritrovati a Capri nella sua casa, adibita quasi a primo
museo della storia di paleontologia e paletnologia (Vitae
Caesarum, 2, 72).
I
racconti di Svetonio vennero confermati dai lavori di scavo
del 1905-1906, quando, per un ampliamento dell'Hotel Quisisana,
all'inizio della Valle di Tragara, sotto uno strato di materiale
eruttivo e un banco di argilla rossa del Quaternario, affondate
in limo essiccato, derivato da un antico bacino lacustre,
vennero alla luce ossa gigantesche di mammiferi estinti
come l'Elephas primigenius (mammut), il Rhinoceros merckii
e l'Ursus spelaeus.
Fu
il medico e naturalista Ignazio Cerio (Ignacio el Cartero)
a riconoscere e a conservare questi fossili insieme ad armi
in pietra, quali quarzite scheggiate e appuntite, triangolari
o amigdaloidi (a forma, cioè, di mandorla). Altre
importanti scoperte sono caca state fatte nella Grotta delle
felci, situata sopra Marina Piccola, in località
Le Parate, a Petrara, in via Tiberio e via Krupp, a Campitello
e alla Grotta del Pisco, tutti ritrovamenti che hanno sottolineato
la presenza di vita dalla fine dell'età neolitica
alletà del bronzo.
La
colonizzazione greca di Capri e dell'intera Campania affonda
le sue origini nella leggenda. Non fu un processo omogeneo,
come ben testimoniato dalla differenziazione dei culti e
dei racconti leggendari delle varie colonie: Capri, Sorrento
e, in generale, il versante orientale del Golfo di Napoli,
erano legati al culto delle Sirene, mentre il versante occidentale,
con Pithecusa (Ischia), dipendeva storicamente e religiosamente
da Cuma ed era fedele al culto di Apollo oracolo.
È
Ulisse, l'eroe leggendario dell'Odissea, l'emblema dei coraggiosi
marinai che, attraverso rischiosi e lunghi viaggi, giunsero
in Sicilia e nellItalia meridionale, creando così
le prime comunità greche. L'opera omerica non sembra
pura invenzione poetica, dal momento che pare essere confermata
anche dalla toponomastica. E anche la successiva tradizione
letteraria colloca la maggior parte delle avventure dellOdissea
in Sicilia e nel versante occidentale dellItalia meridionale.
Le Sirene, ad esempio, vengono descritte da Servio, nel
suo Commento all'Eneide (In Aen., 5, 864), come creature
metà uccello e metà donna (una cantava, una
suonava il flauto e una la lira) che sarebbero vissute prima
a Pelorias e poi a Capreae (antico nome dell'isola), adescando
i marinai con i loro canti (ma Servio, più realisticamente,
annota che si trattava prostitute che mandavano in rovina
i marinai).
La
presenza dello scoglio delle Sirene a Marina Piccola è
frutto forse della fantasia di qualche erudito del Settecento
venuto a conoscenza del commento di Servio. È anche
vero, però, che l'idea che le Sirene risiedessero
a Capri è favorita dalle caratteristiche naturali
dell'isola, ricca di distese verdi e di pericolosi precipizi
che la rendono tanto simile alla descrizione di Omero e
all'isola fiorita descritta da Esiodo.
A
partire dall'VIII secolo a.C., i Greci cominciarono a percorrere
tutto il Golfo di Napoli e, secondo Livio (8, 22, 5-6),
si insediarono inizialmente sull'isola di Ischia e, sulla
terraferma, a Cuma; solo più tardi giunsero a Capri.
La
storia della colonizzazione, inoltre, lega leggendariamente
Capri al popolo dei Teleboi, abitanti delle coste dellAcarnania
e delle isole greche dello Ionio. Virgilio, infatti, narra
nell'Eneide che uno dei nemici di Enea era Ebalo, figlio
della ninfa Sebetide e di Telone, re dei Teleboi di Capri
e signore di gran parte della Campania:
Nec
tu carminibus nostris indictus abibis
Oebale quem generasse Telon Sebethide nympha
fertur, Teleboumque Capreas cum regna teneret
iam senior... (Virg., Aen., VII, 733ss.).
Nel VII e VIII secolo a.C. tutta la vita politica e marittima
del Golfo di Napoli gravitava intorno a Cuma, mentre Capri
non ebbe una funzione altrettanto importante. Lo storico
Strabone racconta che "nei tempi antichi a Capri vi
erano due cittadine in seguito ridotte ad una sola"
(Geografia, 5, 4, 9, 38).
Sicuramente
una delle due cittadine era collocata dove sorge l'odierna
Capri. Ciò è confermato dalla presenza di
resti delle mura di fortificazione, costruite con grandi
massi di calcare pseudopoligonale nella parte inferiore
e da blocchi squadrati nella parte superiore, visibili dalla
terrazza della funicolare e in un tratto alle falde del
Castiglione; questi, insieme ad altri tratti andati ormai
distrutti, chiudevano l'antico abitato (V-IV secolo a.C.).
Sembra, inoltre, che la prima cittadina fosse anch'essa
il risultato di due nuclei: uno, in alto, tra il monte San
Michele e il Castiglione e l'altro in prossimità
del porto.
Per
quanto riguarda la seconda cittadina, tante ipotesi sono
state avanzate, ma la più attendibile è quella
che la riconduce ad Anacapri in base anche all'esistenza
della Scala Fenicia che la collegava al porto.
Fin
dalla sua prima colonizzazione, quindi, la naturale conformazione
dellisola portò alla creazione di due comunità,
una a levante con alture degradanti verso le marine a settentrione
e meridione, e una a ponente costituita da un grande altopiano,
dalle scoscese pendici del Solaro e priva di possibilità
di approdo.
Fu
così che l'isola di Capri ebbe un abitato alla marina
(Capri) e uno sul monte (Anacapri), come le isole greche
dell'Egeo. A differenza di Capri che aveva due marine d'approdo
(la Grande e la Piccola), Anacapri ne era priva e dovette
cercare un collegamento con la marina dell'altra cittadina
attraverso un sentiero rupestre che diede origine alla Scala
Fenicia; scavata in parte nella roccia, la scala risale
tortuosamente il ripido pendio, congiungendo il porto ad
Anacapri. Da rilevare che, nonostante la sua denominazione,
non può essere stata realizzata dai fenici, ma fu
opera dei coloni greci.
Una
suggestiva veduta doveva cogliere coloro che navigavano
attraverso il Golfo di Napoli in epoca imperiale, quando
Capri, bella già nelle sue forme naturali, era anche
arricchita da prestigiose costruzioni: a est sorgeva la
fortezza di Tiberio, vicino al porto il palazzo di Augusto
e sulla sommità della Scala Fenicia la villa imperiale
successivamente sostituita dalla villa San Michele di Axel
Munthe.
Il
ruolo rivestito da Capri in epoca romana fu notevole. La
svolta che segnò la storia dell'isola fu nel 29 a.C.,
quando Cesare Ottaviano, tornando dall'Oriente, sbarcò
a Capri dove, secondo il racconto di Svetonio, una quercia
vecchissima cominciò a dar segni di vita. Il futuro
Augusto, interpretando questo come un segno favorevole,
tolse Capri dalla dipendenza di Napoli (sotto la quale viveva
dal 328 a.C.), dando in cambio la più grande e fertile
isola di Ischia e facendola diventare dominio di Roma (Vitae
Caesarum, 2, 92).
Fu
così che la comunità greca presente a Capri
venne a contatto con quella romana e l'isola iniziò
la sua vita imperiale, diventando il soggiorno prediletto
di Augusto e dimora di Tiberio per dieci anni, centro quindi
della vita mediterranea di Roma. Oltre all'interesse per
la raccolta di fossili ed armi preistoriche, ad Augusto
si devono la nuova costituzione giuridico-amministrativa
dell'isola, affidata come patrimonium principis a liberti
procuratores, e le prime fabbriche imperiali.
Nel
racconto di Svetonio sull'ultimo viaggio di Augusto (Vitae
Caesarum 2, 98, 4) si narra che egli fosse solito chiamare
la città Apragopolis, cioè "città
del dolce far niente", e con quel nome venisse battezzata
tutta l'isola, o perlomeno la parte di essa dove sembrava
fosse situata anche la tomba del suo fondatore Masgaba.
Augusto
morì a Nola nell'agosto del 14 d.C. Suo successore
fu Tiberio il quale tanto ereditò la predilezione
per Capri, che vi si trasferì per dieci anni, abbandonando
la dimora imperiale di Roma.
L'isola,
priva di porti naturali, ma ricca di scoscesi dirupi, piacque
al nuovo imperatore per la sua naturale inaccessibilità.
Ben presto, però, la necessità di essere continuamente
in contatto con il governo e la flotta di Miseno lo fecero
ricredere; di conseguenza sentì l'esigenza di creare
un porto alla "Grande Marina", dove la spiaggia
meglio lo consentiva e dove sorge tutt'oggi (la presenza
di alcuni resti dell'antico porto lungo le pendici di Palazzo
a mare ne fanno però supporre l'esistenza già
in epoca di Augusto). La nuova infrastruttura e l'eccelsa
Torre del Faro a villa Jovis, destinata a trasmettere e
ricevere notizie dal faro del Capo Atheneo (nella penisola
sorrentina) e da quello di Miseno, attraverso fumate e fuochi,
permisero una migliore comunicazione dell'isola con l'impero.
Durante
un viaggio lungo le coste campane e laziali, un malore costrinse
Tiberio a fermarsi in una villa a Miseno, dove morì
il 16 marzo del 37 d.C.
Merito
di Augusto e Tiberio fu la costruzione di numerose ville
imperiali. Le tre più importanti furono villa Jovis,
Damecuta e Palazzo a Mare. Quest'ultima, secondo Maiuri,
fu residenza ufficiale di Augusto, preferita al nucleo residenziale
di Torra per la sua vicinanza all'approdo e la sua collocazione
all'ombra e in luogo poco ventilato (fattori favorevoli
alla cagionevole salute dell'imperatore).
Le
notevoli dimensioni delle nuove ville e l'aumento della
popolazione comportarono la realizzazione di cisterne per
l'approvvigionamento idrico mediante la raccolta di acqua
piovana.
Diverse
soluzioni interessarono le ville capresi, come quella di
villa Jovis, dove più cisterne vennero riunite nel
corpo centrale della villa. Ma, per la maggior parte, erano
cisterne scavate nel vivo della roccia, ricoperte di buon
intonaco signino a tenuta idraulica, intercomunicanti e
intramezzate da muri per meglio permetterne l'utilizzazione
e la distribuzione, provviste, le più vaste e profonde,
di vasche di sedimentazione e di scale di discesa per l'annuale
svuotamento e rinettamento, coperte da una volta che funzionava
da piano raccoglitore.
Oltre
le cisterne delle ville venne realizzato un pubblico serbatoio
nella località di Soprafontana o di Maruscello.
Per
quanto riguarda labitato, Maiuri parla di uno spostamento
della popolazione verso la marina, lungo le contrade Aiano,
Campodipisco, Villanova e Truglio, dove sorgerà la
chiesa di San Costanzo.
Con
la fine dell'epoca imperiale, Capri ritornò a far
parte dello stato napoletano e iniziò a diventare
il centro di scorrerie e di saccheggi da parte di pirati,
ben motivati dalla posizione dell'isola sulla rotta fra
Agropoli ed il Garigliano.
Nell'866
passa sotto il dominio di Amalfi, per decisione dell'imperatore
Ludovico II, che desiderava premiare gli amalfitani per
i servigi offertigli nella lotta contro i saraceni nella
liberazione del vescovo di Napoli Attanasio, imprigionato
da Sergio duca di Napoli nell'isola di Megaride, attuale
Castel dell'Ovo. La dipendenza di Capri ad Amalfi, che aveva
rapporti frequenti con l'Oriente, è particolarmente
evidente nell'arte e nell'architettura, nelle quali furono
introdotti, sui saldi stilemi classici, moduli bizantini
ed islamici (come l'impiego delle volte estradossate).
Nonostante
questi diversi influssi artistici, quattro chiese sono riuscite
a conservare i loro originari caratteri e la loro semplicità,
rimanendo incontaminate da rifacimenti posteriori: la Chiesa
di Sant'Anna, quella di San Michele, quella di Santa Maria
di Costantinopoli e la parrocchia di San Costanzo.
Nel
987 venne consacrato il primo vescovo caprese per ordine
di Papa Giovanni XV, nella chiesa di San Costanzo, prima
cattedrale dell'isola, sorta nel borgo medioevale e intorno
alla quale si raccoglieva la popolazione che risiedeva presso
Marina Grande.
Capri,
abbandonata a sé stessa e flagellata da numerose
scorrerie musulmane, vide i propri abitanti costretti ad
abbandonare Marina Grande per rifugiarsi sulle alture ai
piedi del Castiglione. A quanto pare, però, quest'ipotesi
sembra sia stata messa in discussione dall'esame del disegno
cartografico opera del geografo arabo Edrisi, nella quale
è evidente la presenza di una zona abitata intorno
al porto. La stessa presenza, tra l'altro, della chiesa
di San Costanzo fa pensare che la popolazione, avvistata
una nave saracena, si mettesse in salvo dietro le mura della
città alta e nella grotta di Castiglione, pregando
San Costanzo suo protettore.
Con
gli Angioini, Capri ebbe il suo primo signore nel conte
Giacomo Arcucci, che nel 1371 fondò la Certosa di
San Giacomo nella valle fra il Castiglione e il Monte Tuoro,
su un territorio donato dalla regina Giovanna I, prima regale
protettrice della casa angioina. Numerosi furono i privilegi
concessi dalla monarca e da diversi papi alla Certosa, i
cui monaci, grazie al prestigio acquisito, poterono rivestire
un ruolo politicamente e socialmente influente.
Intanto,
sull'isola continuavano a configurarsi due realtà
urbane, opposte "l'una all'altra come due isole",
come afferma Berardi, "spazio plurale per decisione
culturale più che per conformazione geografica e
dunque per costruzione storica più che per natura".
L'astio si trasformò in concorrenza nei vantaggi
fiscali e alimentari.
Per
quanto riguarda l'insediamento medievale, esso trova collocazione
a brevissima distanza da Marina Grande dove è situata
la coeva chiesa di S. Costanzo (anche se non ne esiste alcuna
testimonianza diretta), mentre in seguito si trasferì
tra le pendici del Monte San Michele e quelle del Monte
Solaro.
Quest'ultimo
agglomerato urbano è stato interessato da due distinti
fenomeni di formazione urbana, come viene mostrato da Berardi,
dei quali uno, il settore orientale, è da considerarsi
originario, mentre il secondo, il settore occidentale, che
si sviluppa intorno al Palazzo Arcucci, oggi Palazzo Cerio,
sarebbe dovuto ad una evoluzione successiva, frutto di un
potere non locale legato all'ammiraglio del Regno di Napoli.
Tra questi due insediamenti, fra il XVII e il XVIII secolo,
venne creata un'area di continuità rappresentativa:
la piazza.
Il
settore orientale (via Longano, via Sopramonte e via Le
Botteghe) costituì inizialmente la totalità
dell'abitato formatosi forse intorno alla chiesa della Madonna
delle Grazie, quando la scarsa popolazione della piana di
S. Costanzo decise di trasferirsi sulle alture, per potersi
difendere dalle incursioni dal mare. L'insediamento è
definito, a nord, dalle mura greche, sulle quali si sono
impostate quelle medioevali, costituite dai fronti stessi
delle costruzioni, il che è una costante del sistema
difensivo locale. A sud, che corrisponde a via Le Botteghe,
troviamo probabilmente disposte due porte, una a sud-est
nell'innesto con via Fuorlovado ed una a nord all'imboccatura
della piazzetta. La densità abitativa, in modo diverso,
diventa più sporadica a nord-est, sul pendio ripido
del monte San Michele, e a sud-est sul versante che scende
verso la Certosa. Ciò è dovuto probabilmente
al fatto che la ripidità del terreno costituiva,
insieme al monastero ben fortificato, un elemento di difesa
difficilmente raggiungibile dal mare.
Il
sistema risulta organizzato da strutture che rendono legati
gli edifici che lo compongono: la via spesso corre al disotto
delle case mentre queste ultime, che la scavalcano, comunicano
tra di loro, in modo indipendente, anche al di sopra di
essa. A quanto pare, la città, consapevole dell'insufficienza
di qualunque difesa, escogitò un modo per potersi
segmentare in infiniti punti a livello del suolo, attraverso
i suoi innumerevoli e minuscoli vicoli curvilinei che, al
momento opportuno, era possibile chiudere per poter poi
comunicare a livello superiore. È come se ad una
città di strade ne fosse sovrapposta un'altra, le
cui parti sono collegate da sistemi indipendenti che creano
una città superiore, anche grazie alla complicità
dei cittadini che potevano percorrere l'intero insediamento
dopo aver bloccato i vicoli sottostanti ai nemici.
Il
versante occidentale, sviluppatosi oltre il Largo Cerio,
verso via Madre Serafina, si organizzava differentemente:
era legato ai nobili e alla Corte, era sede di una società
diversa di patrizi, dei loro seguiti e dei loro ospiti,
lentamente emersa nel corso del XIV secolo. Nello stesso
Largo, in corrispondenza del quale attualmente troviamo
la scalinata che lo collega alla piazzetta, allora doveva
essere situato il convento di Santo Stefano di cui si dice
che la torre campanaria sia ciò che resta.
Il
24 ottobre 1496 Federico I di Napoli stabilì la parità
tra Capri ed Anacapri, riconoscendo a questa le stesse franchigie
ed immunità dell'altra, separandone le amministrazioni
e le rendite, atto confermato poi dal Generale Consalvo
di Cordova il Gran Capitano, primo viceré della dinastia
spagnola di Ferdinando il Cattolico.
Intanto,
le continue scorrerie dei pirati degenerarono durante l'impero
di Carlo V ed il governo del suo grande viceré Don
Pietro di Toledo, quando le flotte corsare guidate dallo
spietato Kheir-ed-Din, soprannominato il Barbarossa, saccheggiarono
e incendiarono Capri non meno di sette volte. La peggiore
incursione si ebbe nel 1535, quando il Barbarossa si impadronì
di Capri ed incendiò il castello di Anacapri, le
cui rovine da allora recano il nome di Castello Barbarossa.
Nel 1553 una seconda invasione, che si risolse nel saccheggio
e nell'incendio della Certosa, fu compiuta dall'ammiraglio
Dragut. Il pericolo di incursioni come queste portò
Carlo V ad autorizzare gli abitanti a girare armati, e nuove
torri vennero costruite a difesa dell'isola, accanto a quelle
già esistenti del Castiglione e di Torre Materita.
Solo
la conquista da parte della Francia degli stati barbareschi
nel 1830 pose fine alla pirateria.
Il
XVII secolo vede Capri afflitta da numerosi contrasti interni,
a noi noti grazie alle numerose rimostranze inviate dai
vescovi dell'isola alla sede pontificia ed ai viceré
di Napoli contro il capitano del re o contro i monaci della
Certosa. Contraria a queste lotte per i beni mondani fu
suor Madre Serafina, che, votata alla povertà e alla
carità, fondò un ramo dell'ordine delle carmelitane
e fece costruire il primo convento a Capri con la piccola
eredità ricevuta dalla madre e dallo zio (suoi genitori
spirituali, morti a causa della peste del 1656) e con gli
aiuti ricevuti dall'arcivescovo di Amalfi e dal viceré
di Napoli. La cerimonia di inaugurazione si ebbe nel 1678.
Annessa al convento di Santa Teresa era la chiesa del Salvatore
inaugurata nel 1685.
Negli
anni successivi, tra 1673 e il 1691, la religiosa fondò
altri cinque conventi sulla terraferma ed un altro ad Anacapri
mantenendo così una promessa fatta all'arcangelo
Michele, che nel liberare Vienna dai Turchi aveva ascoltato
una sua preghiera. Di questo ultimo convento si possono
ammirare, oltre le mura che circondano la Casa Timberina
dietro la parrocchia di Santa Sofia, la chiesa barocca di
San Michele a pianta ottagonale con il suo pavimento in
maiolica raffigurante la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso.
In
questo periodo, in cui Capri viveva invasioni piratesche
ed intrighi ecclesiastici, comparve sull'isola il suo primo
turista, Jean Jacques Bouchard, il cui diario, ritrovato
nel 1850, rimane una testimonianza importantissima di quegli
anni. In esso egli descrive con cura i caratteri paesaggistici
e culturali capresi, riuscendo a raccogliere in soli due
giorni molte più notizie di chi, dopo di lui, poté
fermarsi più tempo.
Fra
i regnanti della dinastia borbonica, Carlo III ed il figlio
Ferdinando IV furono quelli che mostrarono più interesse
per l'isola. In un periodo di grande fervore per le scoperte
archeologiche (si pensi agli scavi di Ercolano e Pompei),
Carlo III affidò al governatore dell'isola l'incarico
di registrare le antichità. Il suo interesse, però,
era dovuto alla volontà di abbellire a arricchire
gli arredi della Reggia di Caserta (si pensi alle quattro
colonne di S. Costanzo trasformate in lastre e cornici)
piuttosto che al desiderio di ampliare la cultura e le conoscenze
del tempo.
Più
tardi, Ferdinando diede il permesso a Norbert Hadrawa di
compiere devastanti scavi, allo scopo di assicurarsi antiche
sculture e marmi da riutilizzare nei suoi palazzi.
A
quegli anni risale il dissotterramento di Villa Jovis, che
assicurò alla cattedrale di Santo Stefano (Capri)
il più bel pavimento di marmo della villa imperiale.
Nei
primi anni dell'Ottocento l'aspra lotta fra Napoleone I
e l'Inghilterra coinvolse anche Capri. L'occupazione della
città da parte dei francesi (gennaio 1806) non lasciò
tranquille le truppe inglesi, le quali, sbarcate sull'isola
nel maggio dello stesso anno, sotto la guida di Sir W. Sidney
Smith, riuscirono ad avere la meglio sui loro nemici. Gli
inglesi per due anni agirono incontrastati, vi stabilirono
una nutrita guarnigione e realizzarono alcune opere di fortificazione
che resero l'isola una "Piccola Gibilterra", causando
però danni irreparabili alle rovine delle ville imperiali.
In quel periodo Capri contava circa 3.000 abitanti.
Il
solo che riuscì a annientare le forze inglesi fu
Gioacchino Murat, il 4 ottobre del 1808: attraverso un attacco
simulato sui due approdi di Marina Grande e Marina Piccola
distolse l'attenzione degli inglesi dalla costa occidentale,
da dove i francesi riuscirono a risalire la scogliera e
a costringere i nemici alla resa e a far loro precipitare
in mare un cannone, poi ritrovato sott'acqua nel 2000. Poco
dopo la conquista di Capri, i privilegi della Certosa furono
annullati da Murat, e il 12 novembre del 1808 i monaci furono
obbligati a lasciare l'isola.
I
francesi qui rimasero fino alla fine della potenza napoleonica
e alla restaurazione borbonica (1815), quando Ferdinando
IV di Napoli rientrò a Napoli e con il nome di Ferdinando
I, secondo le disposizioni del congresso di Vienna, divenne
sovrano del Regno delle Due Sicilie.
Capri
poté allora uscire dal lungo periodo di letargo che
aveva caratterizzato quegli ultimi anni, affacciandosi all'Ottocento
con una nuova veste. Diventò meta di numerosi viaggiatori
che la visitarono e ne ammirarono la natura e la celebre
Grotta Azzurra, divenuta intanto famosa in tutto il mondo.
A
partire dai primi anni del Novecento, approdarono a Capri,
per rimanervi più o meno a lungo, Vladimir Lenin,
Maksim Gorkij, Jacques d'Adelsward-Fersen, Marguerite Yourcenar,
Friedrich Alfred Krupp, Pablo Neruda, Curzio Malaparte,
Norman Douglas, Sibilla Aleramo, Monika Mann, Roger Peyrefitte.
Meta
di poeti, pittori e scrittori, Capri cominciò a conoscere
un nuovo sviluppo economico, che poté ovviare al
decadimento dell'agricoltura, frutto anche della cacciata
dei monaci dall'isola. Parallelamente, diminuì la
produzione del vino e quella della seta, poi scomparsa completamente
insieme alla produzione del corallo.