Acri è un comune di 21.362 abitanti in
provincia di Cosenza, ai piedi della Sila e montagna della Noce. Ad
Acri si giunge dalla media valle del Crati, da percorrere in circa mezz'ora,la
strada dopo un breve tratto pianeggiante, va in salita tra campagne
coltivate con uliveti per raggiungere la vallata del Crati. La città
si presenta estesa su tre colli; il borgo antico è Padìa
con la torre civica detta (rocca dei bruzi) e la chiesa matrice di Santa
Maria Maggiore), i quartieri di Picitti (quartiere dei greci) e Odivella
si inerpicano fino alla cima dell'antico castello, fortezza posta a
guardia della profonda valle dei fiumi Mucone e Chalamo. Il simbolo
araldico della città di Acri, sono tre monti, sormontati da tre
stelle, con la dicitura, "Acrae,Tri Vertex, Montis Fertilis, U.A.
(Universitas Acrensis). La parte più consistente del territorio
di Acri è dominata dalla Sila Greca. L'altra parte del territorio
si restringe sui costoni della Presila e lungo tutta la vallata del
Mucone e del Chàlamo,i maggiori affluenti del Crati. La città
di Acri è situata a 720 m s.l.m., il suo territorio si estende
per oltre 20.000 ettari, nel censimento del 1991 contava 23.190 abitanti,
attualmente la sua popolazione di circa 22.989 abitanti.Il clima è
caratterizzato da inverni abbastanza rigidi, con possibilità
di precipitazioni a carattere nevoso, mentre le estati sono in genere
calde e soleggiate. Il paesaggio presenta una grande quantità
floreale e di essenze arboricole, e a pochi chilometri i boschi di castagno
lasciano il posto alle foreste di pino silvestre , pino mugo e pino
nero calabro e lungo le strade in primavera infiorescenze di ginestra
italica, malva selvatica, e di erica. Il territorio è solcato
da due fiumi maggiori: il Mucone e il Chalamo e quattro fiumi piu piccoli
di una certa lunghezza: il Cieracò, il Duglia (fiume degli schiavi)
affluente del Crati (km 51,59), il San Martino, il Coriglianeto che
sbocca nel mare Ionio, nel 1400 chiamato( Lucifero), il Chàdamia,
il Trionto, antico (Trantes o Taetris), il Galatrella (km 42,47) nel
medioevo (Garlathio), ed molte altre fiumare minori. Il territorio di
Acri è ricco di acque potabili, che non a caso veniva chiamato
dai Romani Idrusia, e cioè "La città delle acque",
caratterizzata da diverse fontane disseminate su tutto il territorio.
Fra queste le più antiche sono la Fonte del Rinfresco e la Fonte
di Pompio, oltre a due fontane antichissime del popoloso quartiere San
Domenico, la fonte del Rinfresco è ubicata nei pressi dell'antico
borgo della Judeica, si ritiene realizzata proprio dai Giudei, intorno
all'anno 1000 dove nei pressi prima era situato l'antico quartiere ebraico;
la seconda è soprannominata dal popolo "Gnesa", nella
tradizione popolare si racconta che una bella fanciulla di nome Agnese,
di cui si ammirava il suo bel di dietro, contrastante con quello della
sorella Rosa, brutto e foruncoloso, spinta da tante lodi per il suo
fondo schiena, volle specchiarsi, ma non avendo lo specchio, pensò
di farlo nelle limpidissime acque della fontana, alzandosi le vesti,in
realtà quelle erano acque lustrali ed erano sacre a Hermes Psicopompo.
Le rimanenti due fontane sono poste a poca distanza l'una d'altra in
un luogo che in antichità era una via importante di comunicazione,
via Roma (antica via San Domenico) situata pressi del complesso conventuale
della chiesa di San Domenico e del palazzo fortezza attuale sede della
Comunità Montana Destra Crati, sulla dorsale destra e sinistra
del fiume Chalamo, presenta una lapide marmorea del 1700 posta dai sindaci
reggenti che ne dichiaravano le virtù curative per gli ammalati
e gli animali e la realizzazione del nuovo ponte sul fiume Mucone, per
permettere i carriaggi l'attraversamento, nei lunghi mesi invernali
quando il fiume era impraticabile. Un'altra fonte è quella di
Turritano, (luogho della torre) che sgorga dalla montagna di Serra di
Buda. Un'altra fontana storica è quella detta "dell'Acqua
nova" o dell'Annunziata, perché posta nelle vicinanze della
chiesa dell'Annunciazione,questa fontana fu realizzata nel 1889. Tutto
l'altopiano della Sila Greca era dal poeta e storico Norman Douglas
definito un tempo "Il Granaio della Calabria"; oggi è
in buona parte disseminato di boschi di conifere, e la brulla pianura
è cosparsa da corsi d'acqua. Risalendo questa zona si raggiunge
una vetta conosciuta con il nome di Scangiamoneta, ed ancora più
in alto si può raggiungere quota 1.481 metri, giungendo così
alla cima del monte Paleparto (in antico Palepatos), un luogo ideale
di grande bellezza naturalistica che spazia su paesaggi montani e fra
i più belli di Calabria, e forse ancora incontaminati in Italia.
STORIA
Recenti ritrovamenti archeologici permettono di far risalire l'origine
dei primi insediamenti urbani nel territorio di Acri all'Età
del Bronzo, o quantomeno all'epoca precedente la colonizzazione ellenica
del Meridione. Controverso è, tuttavia, se Acri sia identificabile
con le più tarde, antiche città greche di Acheruntia o
di Pandosia. Edificata su colli impervi, in prossimità del confine
orientale dell'altipiano della Sila, Acri, al pari di molte località
montane italiane, ha lungamente sofferto delle cattive comunicazioni
con i principali centri delle zone di pianura. Questa condizione di
millenario isolamento, interrottasi definitivamente soltanto con l'avvento
del trasporto su rotaia prima, poi dell'automobile, ha relegato Acri
in un ruolo di secondo piano nella vita politica ed amministrativa della
regione circostante, malgrado il numero elevato di abitanti e la ricchezza
ed ampiezza del territorio silano, ricco di legname e di risorse minerarie.
Per tale ragione, la storiografia ha trattato di Acri solo marginalmente
ed in rare occasioni. La principale di esse è rappresentata dalle
guerre dinastiche, di successione, dalle congiure e rivolte,che insanguinarono
il Regno di Napoli per oltre un secolo, dalla fine del trecento agli
inizi del cinquecento, e segnarono la fine della sua autonomia ed indipendenza
politica col passaggio dalla dinastia angioina a quella aragonese, e,
successivamente, a quella asburgica. Con riferimento a tale, travagliato
periodo, Acri viene menzionata dal celebre storico ed umanista Giovanni
Pontano nella sua opera in sei libri, scritta in latino, "De Bello
Neapolitano", che narra della guerra combattuta tra il 1458 ed
il 1465 tra re Ferrante I, della dinastia aragonese, ed alcuni potenti
feudatari che gli si erano ribellati, fautori del partito angioino.
Pontano narra dell'assedio di Acri, avvenuto tra il 1461 ed il 1462,
da parte delle truppe aragonesi comandate da Tommaso (Maso) Barrese.
Questi, dopo aver occupato facilmente la vicina città di Bisignano,
scarsamente difendibile per via della sua posizione prossima alla pianura
della Valle del Crati, si era diretto alla volta di Acri, nella cui
rocca, eretta sulla sommità del ripido colle di Padia, si era
rifugiato il capitano angioino Battista Grimaldi. Prima della diffusione
dell'uso delle artiglierie, un castello come quello di Acri costituiva,
per milizie e bande scarsamente dotate di macchine ossidionali, composte
da un'alta aliquota di cavalleria e da un numero limitato di fanti,
un ostacolo difficilmente superabile se non a prezzo di un assedio molto
lungo, essenzialmente basato sul blocco e la successiva presa per inedia
e sfinimento degli avversari. Pontano racconta, tuttavia, come Barrese
sia riuscito ad avere la meglio sui difensori in tempi brevissimi, grazie
alla conoscenza dei luoghi da parte di un fuoriuscito, tal Milano o
Melano, che guidò gli aragonesi, nottetempo, a sopraffare un
posto di guardia tenuto da un certo Gatto, comandante di una "centuria"
degli assediati. Alla cruenta lotta nel buio, nel corso della quale
Grimaldi ed i suoi si diedero alla fuga, abbandonando i cittadini acresi
al massacro, fece seguito il supplizio di Niccolò di Chiancioffo
o Ciancioffo, notabile locale, che il Barrese fece segare in due. Dobbiamo,
forse, proprio a questo esempio di particolare crudeltà, se il
grande storico delle guerre napoletane si sia soffermato sull'assedio
di Acri, episodio, tutto sommato, minore, tra quelli che hanno caratterizzato
le lotte civili quattrocentesche nel Regno di Napoli. È, peraltro,
utile ricordare che il fratello di Maso Barrese, Giovanni, appena pochi
mesi prima del supplizio inferto a Chiancioffo, era stato altrettanto
crudelmente ucciso dai fautori del partito angioino sulla piazza della
cattedrale di Cosenza. L'esecuzione di Chiancioffo avvenne, quindi,
per ritorsione, secondo lo schema di vendette e rappresaglie tipico
delle guerre civili. Dopo l'esecuzione di Chiancioffo e la cacciata
degli angioini, Acri passò sotto il controllo del partito aragonese,
localmente capeggiato dai fratelli Carlo, Troiano, Placido e Sebastiano
Salvidio, esponenti di una famiglia acrese di rilievo. Costoro, a seguito
dell'invasione del Regno di Napoli da parte di Carlo VIII (come si evince
dai privilegi loro concessi da re Federico d'Aragona, nel 1497) si erano
posti al seguito di Consalvo di Cordova, capitano generale dell'esercito
aragonese. Dopo avere per qualche tempo presidiato Cerchiara e Casal
Nuovo, i Salvidio, all'avanzare dei francesi, si chiusero nella rocca
di Acri. L'assedio avvenne nel 1496 e fu di breve durata, perché
le truppe di Carlo VIII disponevano di artiglieria. Catturati, Carlo
e Troiano vennero gettati in prigione, donde uscirono solo al ritirarsi
delle truppe francesi, di lì a qualche mese. Sebastiano e Placido
furono uccisi. Stando al cronachista locale, Raffaele Capalbo, che scrive
dell'episodio ai primi del XX secolo con una prosa confusa e priva di
riferimenti precisi, i loro corpi, smembrati, sarebbero stati posti
a marcire nel letame. Dopo questo episodio, Acri ripiomba nell'oblio
da parte della storiografia maggiore. La città diede i natali
al Beato Angelo d'Acri, al quale è intitolata la Basilica che
si erge nell'antico rione dei Cappuccini, dall'ordine dei frati che
abitano nel contiguo convento. Fu la patria dello scrittore Vincenzo
Padula, conosciuto come il "prete rosso", uomo di cultura
e autore di opere in vernacolo e in italiano, e fu il luogo da cui partì
Gianbattista Falcone, eroe scomparso nella battaglia di Sapri; fu la
patria dei fratelli Sprovieri: Vincenzo, patriota ed eroe garibaldino,
con il grado di colonnello, fu poi senatore del regno, prese parte ai
moti del 1847-48 e seguì Garibaldi nel 1862, fu comandante in
Trentino del 6° Reggimento Volontari; Francesco fu deputato, senatore
a vita e giurista dal 1819-1874. Fra i vari personaggi illustri della
città, spicca Vincenzo Julia Acri (1838-1894), poeta, filosofo
e letterato: si ispirò a Ferdinando Balsamo (suo zio), di educazione
religiosa e iniziato agli studi di giurisprudenza. Vincenzo, di idee
liberali, fu sospettato di cospirazione antiborbonica, fu amico di Giovan
Battista Falcone, e fece parte del "Vernacolo Di Acri" nel
1808. Fu la patria del "Venerabile" Monsignor Francesco Maria
Greco (1857-1931) e della "Serva di Dio" Suor Maria Teresa
De Vincenti (1872-1936), fondatori dell'ordine religioso Suore Piccole
Operaie dei Sacri cuori di Gesù e Maria e dello scrittore, critico
letterario,attore, Vincenzo Talarico
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