Maschito
(Mashqiti in albanese) è un comune di 1.767 abitanti
in provincia di Potenza e occupa una superficie di 45,49
km². Insieme a Barile, Ginestra, San Costantino Albanese
e San Paolo Albanese, è un paese arbëreshë
della Basilicata. L'economia è basata prevalentemente
sull'agricoltura. Tra le coltivazioni più importanti,
oltre ad ulivo e grano, spicca quella della vite, in cui
eccelle l'Aglianico DOC. Sul territorio sono presenti una
piccola fabbrica tessile e vari laboratori artigianali (lavorazione
del legno, del ferro, del vetro e della ceramica). Il settore
turistico è in leggera crescita in quanto stanno
nascendo bed and breakfast, supportate dalle varie strutture
ricreative. Buona parte della popolazione è occupata
nell'industria FIAT di San Nicola di Melfi, ma l'emigrazione
dei giovani verso le città, legata a motivo di studio
o lavoro, costituisce uno dei problemi del paese.
DA
VEDERE
Il paese è sviluppato in una parte centrale e più
antica (il centro storico), risalente alla fine del 1500
e nella periferia, sviluppatasi nel secondo dopoguerra.
I monumenti più importanti sono le tre chiese, i
palazzi signorili e la fontana Skanderbeg. Numerose erano
le chiese erette a Maschito, anche di rito bizantino e con
liturgia professata in lingua greca sino al XVII secolo.
Originariamente una quindicina, ne sono sopravvissute al
tempo ed al degrado solo tre: la Chiesa Madre di Sant'Elia
Profeta, quella del Purgatorio, e quella della Madonna del
Caroseno. Le chiese sicuramente esistite e scomparse sono:
la chiesa di S. Venere, la chiesa della Vergine di Costantinopoli,
la chiesa di S. Basilio, la chiesa di S. Domenico, la chiesa
di S. Nicola, la chiesa di S. Rocco e la chiesa della Madonna
delle Fonti. Il rito bizantino fu professato a Maschito
sino al 1628 quando il domenicano Diodato Scaglia della
Diocesi di Melfi, con Bolla episcopale, lo proibì
prima nelle comunità greco-albanofone di Maschito
e di Ginestra e, molto più tardi, anche a Barile.
Il rito bizantino resiste ancora in Basilicata, a San Paolo
e a San Costantino Albanese. Ancora la devozione per Sant'Elia
Profeta, di chiara ed inconfutabile matrice orientale, legano
Maschito all'etnia dei suoi antenati.
La
chiesa del Caroseno
Fu costruita dai Greci Albanesi di Corone, rinomata per
un pregevolissimo affresco della Madonna del 1558, (Madonna
col Bambino) riportato alla luce nel 1930 durante i lavori
di restauro della chiesa, e per due grandi quadri relativi
alla Pentecoste e alla Presentazione di Gesù al Tempio
entrambi risalenti alla fine del '700.
La
chiesa del purgatorio o della Madonna del Rosario
Conserva un artistico quadro della Madonna di Costantinopoli
tratto dall'omonima cappella, andata in rovina. Della chiesa
oggi dedicata alla Vergine del Rosario di Pompei s'ignora
la data di costruzione: si ritiene, però, che questa
risalga ai primi anni della fondazione di Maschito e possiede
le reliquie di Fratello Rosario Adduca, un servo di Dio
originario di Maschito.
La
chiesa di Sant'Elia
Ha un'unica navata, decorata in stucco. Contiene due tele
ad olio del '500, e il quadro della "Madonna dei sette
veli", ritenuto miracoloso e perciò assai venerato.
Edificata nel 1698 ad opera degli albanesi ivi residenti.
EDIFICI
STORICI
Palazzo Barbano Dinella costruito nel 1734.
Palazzo Manes Rossi costruito nel 1820.
Palazzo Adduca, Palazzo Giura e Palazzo Cariati hanno un
portale classicheggiante a colonne doriche.
Palazzo Dinella dal grazioso cadiglio sul portale con scritta
"Parva sed apta mea".
Palazzo Tufaroli.
Palazzo Nardozza dall'imposta leccese - rococò.
Palazzo Colella.
Casa Soranna costruita nel 1646. Si presume sia la prima
casa costruita dagli albanesi insediatisi a Maschito.
FONTANE
Fontane e fontanili esterni su slarghi e piazzole erano
considerati luoghi pubblici e di piacevole conversazione.
Le abitazioni, infatti, non disponevano di acqua potabile.
Per le esigenze di cucina e familiari, le donne andavano
a prendere l'acqua nelle fontane servendosi di brocche.
Una fontana pubblica era un luogo importante per la soddisfazione
delle esigenze delle famiglie. Ed era in uso erigere fontane
monumentali ad onore e gloria dei capi delle comunità
amministrate. Nel 1879 - come attesta la lapide ricostruita
dal Comune - fu eretta, ad opera dei cittadini e con l'aiuto
del Comune (retto all'epoca da Domenico Rafti), la Fontana
Skanderbeg.
Le
altre fontane presenti sul territorio sono:
Fontana
Carrozz, situata in via Venosa;
Fontana Boico, situata in via Venosa;
Fontana della Noce, situata nella Contrada della Noce;
Fontana Cangad, situata in via Venosa;
GASTRONOMIA
Tumaz ma druda (tagliatelle con mollica e noci) Preparato
dalle massaie il giorno della Domenica delle Palme.
Laganelle con latte, zucchero e cannella - Preparato il
giorno dell'Ascensione.
Rictell cu lu gallucc ripieno (orecchiette al ragù
di gallo con ripieno di frattaglie, mollica di pane e zucchero)
- Preparate il giorno di S. Elia festa patronale.
Cauciungiëll cu la ricotta (ravioli con la ricotta).
Cingul e cimacungul (cavatelli con cime).
Pan cuatt cu li cim d 'rapa (pane cotto con cime di rape,
ventresca e peperoni freschi).
Verdettë (finocchio selvatico con carne di agnello,
salsiccia e uova) - Preparato il giorno del Lunedì
dell'Angelo.
Senapiello (verdura fritta con sgombro) - Preparato il giorno
della Vigilia di Natale.
Khmigl (lumachine con sughetto di pomodoro e origano).
Mignatiall (involtini di frattaglie).
La "Capuzza" (brodetto di testina di agnello).
Kukul cu lu paparul pestat (sfogliata di pasta di pane,
peperone piccante secco macinato, origano e olio).
Lakruar - pizza rustica con tumma (formaggio tenero, carne
di pollo, uova, salsiccia, zucchero e cannella).
Kulacce - pane azimo a forma di ciambella (periodo quaresimale).
Tumaz ma druda - pasta con mollica di pane sbriciolata,
mandorle e noci tritate.
Pupeqe - dolce di Carnevale.
Taralucc - taralli con semi di finocchio
Cuscini di marmellata e castagne (Preparate a Natale).
Pettole di Natale.
Sanguinaccio.
Crostata di sanguinaccio.
Polenta e Pasta con il mosto (vin cuat) (Preparato durante
la vendemmia).
Grandhindi - pizza col granturco a base di farina di mais,
semi di finocchio, cipolla fritta, uva passa e zucchero.
Pizza di ricotta dolce.
Crustul - dolci di Natale.
MANIFESTAZIONI
Festa di San Michele Arcangelo (ultimo sabato di aprile),
con i Rethnes
ARBERESHE
Gli Arbëreshë sono gli Albanesi d'Italia, noti
anche come Greco-albanesi o Italo-albanesi. Sono la più
popolosa minoranza etnica e linguistica che vive in Italia.
Essi si stanziarono nell'Italia meridionale tra il XV e
il XVIII secolo, in seguito alla morte dell'eroe nazionale
albanese Giorgio Castriota Skanderbeg e alla conquista progressiva
dell'Albania e di tutto l'Impero Bizantino da parte dei
turchi ottomani. Nel corso dei secoli gli arbëreshë
sono riusciti a mantenere e a sviluppare la propria identità
greco-albanese, grazie alla loro caparbietà e al
valore culturale esercitato principalmente dai due istituti
religiosi cattolici di rito orientale, con sede in Calabria
il "Collegio Corsini" (1732) e poi "Corsini-Sant'Adriano"
nel 1794, e in Sicilia il "Seminario Greco-Albanese
di Palermo" (1734) poi trasferito a Piana degli Albanesi
nel 1945. La gran parte delle cinquanta comunità
arbëreshë conservano tuttora il rito bizantino
greco. Esse fanno capo a due eparchie: quella di Lungro
per gli italo-albanesi dell'Italia meridionale, e quella
di Piana degli Albanesi per gli italo-albanesi di Sicilia.
Per definire la loro "nazione" sparsa usano il
termine Arbëria.
LA
LINGUA
Non esiste una struttura ufficiale politica, culturale e
amministrativa che rappresenti le comunità Albanesi
d'Italia. È da rilevare il ruolo di coordinamento
istituzionale svolto in questi anni dalle singole province
del meridione italiano con la presenza arbëreshë,
in primis quelle di Cosenza e Palermo, che hanno creato
appositi Assessorati alle Minoranze Linguistiche. La lingua
arbëreshë, (arbërisht), raramente in alcuni
ambienti detta anche "arberesco", è una
variante dell'albanese meridionale, e in taluni centri misto
con il greco antico, e dal 1999 è pienamente riconosciuta
dallo Stato Italiano come "lingua di minoranza etnica",
particolarmente nell'ambito delle amministrazioni locali
e nelle scuole dell'obbligo. Recentemente è influenzata
in modo notevole dai dialetti locali e dal lessico italiano.
Alcune associazioni la tutelano e la valorizzano attraverso
radio private e riviste locali. Gli statuti regionali di
Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia fanno riferimento
alla lingua e alla tradizione greco-albanese, tramite il
suo studio anche nelle sedi scolastiche ed universitarie,
ciononostante gli Arbëreshë continuano ad avvertire
la propria sopravvivenza culturale minacciata.
STORIA
Prima della conquista da parte dell'Impero ottomano, tutti
gli albanesi si identificavano con il nome di Arbëreshë,
e venivano chiamati Albane o Arber. A seguito dell'invasione
turca e al disfacimento dell'Impero bizantino, molti albanesi,
per la libertà, e per mantenere la fede cristiana
e sottrarsi al giogo ottomano, giunsero in Italia. Da allora
continuarono a identificarsi con il termine di Arbëreshë,
al contrario da quelli d'Albania, che assunsero il nome
di Shqiptarëve (si confronti la parola albanese Shqipë,
presente nel nome locale del paese e della lingua). Gli
Arbëreshë, una volta distribuiti tra l'Epiro,
i monti del Pindo e molti stanziati in Morea, nell'odierno
Peloponneso, sono i discendenti della popolazione greco-albanese
sparsa in tutti i Balcani sud-occidentali (vedi Arvanitici).
Sin dall'XI e il XIV secolo certi arbëreshë, con
grandi abilità in campo militare, si spostarono in
piccoli gruppi verso la parte meridionale della Grecia (Corinto,
Peloponneso e Attica) fondando alcune colonie. Intanto,
la loro bravura li aveva identificato come i mercenari preferiti
dei Serbi, dei Franchi, degli Aragonesi, delle repubbliche
marinare italiane e degli stessi Bizantini. Nel XV secolo
si verificò l'invasione della Grecia da parte dei
Turchi Ottomani; e la resistenza albanese si era organizzata
nella Lega Albanese o Lega di Lezhë che faceva capo
a Gjergji Kastrioti da Croia, meglio conosciuto come Skanderbeg.
In questo periodo, nel 1448, re Alfonso V d'Aragona, chiamato
il Magnanimo, re del regno di Napoli e del regno di Sicilia,
chiese aiuto a Kastriota, suo alleato, per reprimere la
congiura dei baroni. La ricompensa per questa operazione
furono delle terre in provincia di Catanzaro; e molti Arbëreshë
ne approfittarono per emigrare in queste terre sicure durante
l'avanzata degli Ottomani, mentre altri emigrarono nel meridione
e nelle isole sotto il controllo della Repubblica di Venezia.
Nello stesso tempo altre forze di arbëreshë intervennero
anche in Sicilia, fondando la colonia più considerevole,
Piana degli Albanesi. Durante il periodo della guerra di
successione di Napoli, a seguito della morte di Alfonso
d'Aragona, il legittimo erede Ferdinando d'Aragona richiamò
le forze Arbëreshë contro gli eserciti franco-italiani
e Skanderbeg sbarcò nel 1461 in Puglia. Dopo alcuni
successi, gli Arbëreshë accettarono in cambio
delle terre in loco, mentre Skanderbeg ritornò per
riorganizzare la resistenza albanese contro i Turchi che
avevano occupato l'Albania; morì di morte naturale
nel 1468, ma le sue truppe combatterono ancora per un decennio.
Parte della popolazione arbëreshë migrò
in Italia meridionale, dove il re di Napoli e il re di Sicilia
offrì loro altri villaggi in Puglia, Calabria, Campania,
Sicilia e Molise. L'ultima ondata migratoria, per alcune
fonti solo una quinta migrazione, si ebbe tra il 1500 e
il 1534. Impiegati come mercenari dalla Repubblica di Venezia,
gli Arbëreshë dovettero evacuare le colonie del
Peloponneso con l'aiuto delle truppe di Carlo V, ancora
a causa della presenza turca. Carlo V stanziò questi
soldati in Italia meridionale, per rinforzarne le difese
proprio contro la minaccia degli Ottomani. Stanziatisi in
villaggi isolati (il che permise loro di mantenere inalterata
la propria cultura fino al XX secolo), gli Arbëreshë
divennero tradizionalmente soldati del Regno di Napoli,
del Regno di Sicilia e della Repubblica di Venezia, dalle
guerre di religione fino all'invasione napoleonica. L'ondata
migratoria dall'Italia meridionale verso le America negli
anni tra il 1900 e il 1910 ha causato quasi un dimezzamento
della popolazione dei villaggi arbëreshë e ha
messo la popolazione a rischio di scomparsa culturale, nonostante
la recente rivalutazione.
Dopo
il 1468, anno di morte di Scanderbeg e inizio della disfatta
albanese, si ebbe una grande migrazione che portò
numerosi albanesi a stabilirsi sia nel Regno di Napoli che
nel Regno di Sicilia. Queste persone provenivano in maggioranza
dall'Epiro, tutta la parte centro-meridionale dell'Albania
e dalla Morea, di conseguenza, poiché facente parte
dell'Impero Bizantino, di fede cristiano ortodossa, sotto
la giurisdizione del patriarcato ecumenico orientale di
Costantinopoli. Per qualche tempo dopo il loro arrivo, i
greco-albanesi furono affidati al metropolita di Agrigento,
nominato dall'arcivescovo di Ocrida, con il consenso del
Papa. Dopo il concilio di Trento le comunità albanesi
vennero poste sotto la giurisdizione dei vescovi latini
del luogo, determinando, così, un progressivo impoverimento
della tradizione bizantina. Fu in questi anni che molti
italo-albanesi, a causa delle pressioni della Chiesa cattolica
locale, furono costretti ad abbandonare il rito greco passando
al rito latino (per esempio: Spezzano Albanese in Calabria
e i tre paesi albanofoni del Volture). Per salvaguardare
la loro tradizione religiosa, la Chiesa Cattolica, spinta
dalle comunità arbëreshë e in particolare
dal Servo di Dio P. Giorgio Guzzetta, decise di creare delle
istituzioni per l'istruzione dei giovani di rito greco.
Nel 1732 Papa Clemente XII eresse il Seminario di San Benedetto
Ullano, e nel 1734 il Seminario greco-albanese di Palermo
per i Siculo-Albanesi. Nel 1735 lo stesso Papa nominava
dei vescovi ordinanti, con il compito di formare il Seminario,
dare le ordinazioni sacre e conferire i Sacramenti. Per
molto tempo questa situazione rimase immutata e spesso le
comunità albanesi hanno espresso a Roma la richiesta
di avere dei vescovi propri con piena autorità. Fu
Benedetto XV a esaudire le loro richieste creando nel 1919
un'Eparchia (Diocesi) per gli arbëreshë dell'Italia
peninsulare con sede a Lungro (Eparchia di Lungro), staccando
dalle Diocesi di rito latino le parrocchie che ancora conservano
il rito greco. Poco dopo, nel 1937, Papa Pio XI istituì
l'Eparchia di Piana degli Albanesi per i fedeli arbëreshë
di rito bizantino-greco della Sicilia, riconosciuta civilmente
anche dallo Stato italiano.